Zehra Doğan, in prigione per un dipinto e senza pennelli, continua a disegnare con il sangue

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Zehra Doğan

All’angolo tra Houston Street e Bowery, a Manhattan, New York. Al centro del mondo, sovraesposto tra politica, tendenza, attualità. Lo scorso metà marzo (l’avevamo raccontato qui ), Banksy, lavorando a due mani con l’artista Borf, ha dedicato un enorme murale a Zehra Doğan, giornalista e pittrice curda, rinchiusa in carcere per aver pubblicato disegni contro l’esercito turco. Contro violenze e soprusi di una forza impari che, ormai da tre anni, ha messo in ginocchio i civili e residenti del Kurdistan turco, per una battaglia contro il Partito dei lavoratori curdo, il Pkk.

Zehra Doğan

Lo street artist dall’identità ignota, ha realizzato diverse linee che rimandano al sistema classico che i carcerati usano per contare i giorni di prigionia e tra queste appare il viso della giornalista, che deve ancora compiere 30 anni, dietro le sbarre. Una delle sbarre che impugna, in realtà, è proprio la matita, simbolo della sua arte e della sua “colpa”.

Pennelli e colori, le sue “armi” che la Corte d’Appello, dopo aver annunciato la sentenza di condanna a quasi tre anni di detenzione di prigione a Diyarbakir (tra l’altro la sua città natale), ha deciso di sequestrare alla ragazza. L’opinione pubblica assopita si è svegliata dopo il murale di Banksy che ha apertamente espresso la violazione dei diritti umani: una detenzione per un dipinto, quello nel quale Zehra ha raffigurato i tank dell’esercito tra le macerie di Nusaybin con figure animalesche dai denti taglienti e insanguinanti dalle cui fauci escono i soldati.

Zehra Doğan

Fino a marzo del 2019, salvo diversi provvedimenti, Zehra Doğan dovrà restare in cella. Ma la privazione fisica, il divieto di introdurre libri e pastelli, non ha “intrappolato” l’anima artistica della ragazza. La sua forza, il suo voler comunicare al mondo, continua grazie alla sua caparbietà: continua a dipingere usando ritagli di giornale sul quale disegna l’orrore attraverso il liquido delle bevande, residui di cibo, il proprio sangue mestruale. Sospesi tra l’umano e il disumano; i suoi gesti e quello che vuole raccontare pensando al popolo curdo.

«Nessun artista volta le spalle alla società; un pittore deve usare il suo pennello come arma contro gli oppressori. Nemmeno i soldati nazisti accusarono Picasso a causa dei suoi dipinti: io invece sono a giudizio per le mie opere», ha detto in passato Zehra. Che sia in una cella claustrofobica  o ammassata assieme a decine di persone o entrambe le cose, l’eco del suo messaggio rimbomba: da una finestrella parzialmente schermata entrano aria e luce ed escono resistenza ed esistenza. La vita di chi non sa proprio piegarsi.

Zehra Doğan

 

Fonte:

https://www.theartnewspaper.com/news/zehra-dogan

http://espresso.repubblica.it/visioni/2018/05/25/news/in-carcere-per-un-disegno-ora-dipinge-col-sangue-1.322879

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