World Press Freedom Day: la libertà di stampa non è una cosa per tutti

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Quando vi siete svegliati stamattina, bevendo distrattamente il vostro caffè, avrete sicuramente acceso la tv e guardato un telegiornale senza dargli molta importanza.
Poi siete andati a prendere la metro, l’autobus o il treno e in attesa della vostra fermata vi siete lasciati cogliere da qualche notizia sulla vostra bacheca di Facebook. Forse un titolone, corredato da un’inchiesta che a qualcuno è costata lavoro e sudore. Forse era solo una notizia sulla fioritura anticipata del glicine a causa dell’effetto serra. Ma anche quella notizia sarà costata a qualcuno, almeno un’oretta di lavoro e qualche ricerca.
Bene, c’è gente che lavora dietro ogni notizia, ogni informazione che ci abbia almeno colti di striscio. Nonostante venga malpagato e vessato per ogni minimo errore dai maestrini della rete, nonostante venga minacciato per quella sua inchiesta che da fastidio a qualcuno, querelato per nascondere una verità. Oggi, almeno oggi, pensateci.
Perché oggi?
Perché l’assemblea generale dell’ONU ha dichiarato il 3 maggio la Giornata mondiale della libertà di stampa per evidenziare l’importanza della libertà di stampa e ricordare ai governi i loro doveri per far rispettare l’articolo 19 della dichiarazione universale dei diritti umani e celebrare l’anniversario della dichiarazione di Windhoek, sui principi della stampa libera, emessi da giornalisti africani nel 1991.
In questa giornata l’UNESCO ricorda l’importanza della libertà di stampa conferendo il premio UNESCO/Guillermo Cano World Press Freedom Prize a individui, organizzazioni o istituzioni che hanno dato un contributo evidente alla difesa e/o alla promozione della libertà di stampa ovunque nel mondo, specialmente quando essa è minacciata. Creato nel 1997, il premio è assegnato da una giuria indipendente di 14 giornalisti professionisti, e dagli stati membri dell’UNESCO.
Il nome del premio è in onore di Guillermo Cano Isaza, giornalista colombiano che è stato ucciso davanti agli uffici del suo giornale il 17 dicembre 1986. Il vincitore del 2018 è il fotogiornalista egiziano Mahmoud Abu Zeid, conosciuto come Shawkan, incarcerato dal regime di Al Sisi.
Quest’anno, il 25° anno, per la stampa mondiale, ma soprattutto quella italiana, è stato un anno difficile in cui la libera stampa è stata sotto il tiro incrociato di avversari di diversa natura. Il rapporto dell’Unesco World Trends in Freedom of Expression, che racconta il periodo intercorso tra il 2012 e il 2017, ha individuato quattro aree critiche: libertà, pluralismo, indipendenza e sicurezza.

Dal rapporto si denota l’aumento dell’accesso all’informazione: sempre più paesi (da 90 nel 2011 a 112 nel 2016, soprattutto nell’Asia del Pacifico e in Africa) hanno adottato leggi sulla libertà di stampa. Altra buona notizia è la rapida crescita di quanti hanno accesso a Internet e dunque alle informazioni online: quasi la metà della popolazione mondiale (48% nel 2017). Ma sono cresciute le minacce e le restrizioni. Sono stati ben 56 i casi di totale blocco di internet nel 2016 (furono 18 nel 2015). Con l’espandersi delle piattaforme transnazionali (come Facebook) si mette in evidenza il rischio delle “bolle informative”, ma anche la tendenza crescente agli attacchi di governi populisti contro il “cane da guardia” del giornalismo e il conseguente trend di sfiducia nella credibilità dei media. Un focus viene dedicato anche alle donne nell’informazione: sono 1 su 4 nei vertici dei media, 1 su 3 tra i reporter, 1 su 5 tra gli esperti intervistati.
I numeri non sono certo positivi: sono stati 530 i giornalisti uccisi tra il 2012 e il 2016, il prezzo più alto lo hanno pagato i 125 giornalisti morti in Sudamerica e i 191 in Nordafrica-Medio Oriente. Anche se i casi dei reporter stranieri sono quelli che fanno più clamore, in realtà a morire sono nel 95% dei casi i giornalisti locali.
Poi ci sono i giornalisti esposti al conflitto con il potere per aver chiesto trasparenza e responsabilità a governi e forze politiche. Caso eclatante è la guerra aperta tra media e Casa Bianca dopo l’elezione di Donald Trump. Guerra da cui l’Italia non si esime, abbiamo avuto e continuiamo a scontare la campagna di discredito nei confronti dell’intera categoria dei giornalisti scatenata dal Movimento 5 Stelle, che ne ha fatto una delle bandiere della sua ascesa elettorale. Indimenticabile è la lista dei giornalisti indesiderati dal movimento.
Ovviamente, non si può non citare la situazione in cui vivono i giornalisti italiani che hanno denunciato mafia, camorra, ‘ndrangheta, costretti a vivere sotto scorta.
Gli allarmi vengono segnalati periodicamente dai rapporti di osservatori indipendenti, come l’ultimo di Reporters sans Frontières.
Quando vi sveglierete domani mattina, bevendo distrattamente il vostro caffè, guardate il telegiornale con un po’ di attenzione, non tanta, giusto un po’.
Poi andando a prendere la metro, l’autobus o il treno e in attesa della vostra fermata lasciatevi catturare da qualche notizia sulla vostra bacheca di Facebook. Forse un titolone, corredato da un’inchiesta che a qualcuno è costata lavoro e sudore. Forse era solo una notizia sulla fioritura anticipata del glicine a causa dell’effetto serra. Ma anche quella notizia sarà costata a qualcuno, almeno un’oretta di lavoro e qualche ricerca.
Bene, c’è gente che lavora dietro ogni notizia, ogni informazione che ci abbia almeno colti di striscio. Nonostante venga malpagato e vessato per ogni minimo errore dai maestrini della rete, nonostante venga minacciato per quella sua inchiesta che da fastidio a qualcuno, querelato per nascondere una verità. Domani, almeno domani, pensateci.

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