USA, niente visto per i partner gay di diplomatici esteri e dipendenti ONU

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La notizia era nell’aria già da un po’, ma solo ora è diventata triste realtà: una nuova politica entrata in vigore in questi primi giorni di ottobre ha stabilito che gli Stati Uniti non concederanno più ai compagni gay di diplomatici stranieri e di dipendenti Onu il visto necessario per vivere nel paese. Un provvedimento che naturalmente ha fatto scaturire diverse polemiche, anche perché va ad abrogare quel permesso rilasciato per la prima volta su richiesta di Hillary Clinton, durante il suo mandato da segretario di Stato.

In realtà il provvedimento parla di concessione del visto solo in caso di matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma se quest’ultimo è legale negli Stati Uniti potrebbe non esserlo nello stato di appartenenza del funzionario in questione. Anche perché solo nel 12% degli stati membri dell’ONU è legale il matrimonio gay. Quindi in pratica un diplomatico straniero potrebbe trovarsi ad essere “legale” negli USA ma un “fuorilegge” per quanto riguarda il proprio paese.

E quindi c’è anche una scadenza: tutti i dipendenti ONU e funzionari stranieri che sono gay e che non dimostrano entro il 31 dicembre di essere regolarmente sposati, avranno 30 giorni di tempo per lasciare il Paese. Della serie, se ti sposi almeno sei tollerabile, altrimenti resti un ricchione qualsiasi, di cui è meglio liberarsi in fretta.

“Inutilmente crudele e bigotto”, così si è espressa Samantha Power, ex ambasciatrice delle Nazioni Unite, sul suo canale Twitter. Ma d’altronde tutto ciò è semplicemente fedele alla linea dura che, sin dalla sua elezione, Donald Trump ha tenuto sulle questioni riguardanti la comunità LGBT: dalla cancellazione del contraccettivo gratuito alla non concessione di particolari tutele contro la discriminazione, dal no ai transgender nelle forze armate all’abolizione dal lessico della Sanità americana di vocaboli come “vulnerabile”, “diritto”, “diversità” e “transessuale”, tutti provvedimenti di cui il Presidente statunitense si è reso artefice in quasi due anni di mandato.

Ennesimo schiaffo trumpiano dunque alla comunità LGBT statunitense, ma più in generale ai diritti individuali di cui ognuno dovrebbe disporre.

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