Uno maggio Libero e Pensante: cosa ci ha lasciato il concertone di Taranto

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Un Primo Maggio di festa ma anche di riflessione, di libero pensiero, di interrogativi. Così ci sentiamo di sintetizzare il concertone tarantino, giunto ormai alla quinta edizione e diventato un faro per tutto il Mezzogiorno. Si è parlato di Ilva, di ricatti occupazionali, di dignità del lavoro, com’era giusto che fosse, ma c’è stata anche tanta buona musica.

I Modena City Ramblers, per esempio, per la prima volta sul palco del concertone ionico. “Era da tempo che volevamo venire, l’anno scorso eravamo pronti ma non c’è stato il concerto, quest’anno non abbiamo neanche dovuto pensarci” ha commentato la voce del gruppo, Davide “Dudu” Morandi, che poi ha voluto dire la sua anche sul problema occupazionale che affligge l’Italia intera e specialmente il Sud: “bisogna ridare dignità al lavoro, le regole ci sono, basterebbe seguirle, basterebbe essere un po’ più decisi e un po’ più fermi, rispettare le regole morali e civili che riguardano il mondo del lavoro, e ricominciare a farle le cose, a proporle, a ridare fiducia e speranza ai giovani che poi sono quelli che più soffrono”. Nella loro esibizione non poteva mancare ovviamente Bella Ciao, un must per la band emiliana, canzone che come lo stesso Morandi ha voluto sottolineare “ha una grande importanza, su questo palco come su tutti gli altri palchi, ovunque ci si ritrovi a cantare Bella Ciao, che sia nelle scuole, che sia a una cena tra amici, è qualcosa che ancora si deve fare perché su certi valori si fonda la democrazia, sono valori che se fossero dimenticati verrebbero a mancare, mancherebbero i partigiani e la lotta di liberazione. Tralasciando il fatto che possano sembrare cose superate riguardano tutti, da nord a sud, da est a ovest, da destra a sinistra, sono valori che riguardano la dignità umana e nei quali tutti dovrebbero riconoscersi”.

Tante sono le voci meridionali che si sono alternate sul palco tarantino, voci arse dal sole, voci che sanno di afa e cicale, capaci di creare un sentimento comune di appartenenza e di orgoglio terrone, se vogliamo. È l’esempio di Colapesce, siciliano DOC e sensibile alla causa ionica poiché nato a Solarino, un paese “dove c’è una grandissima industria e il tasso di tumori più alto in Italia”. Un primo maggio che per il cantautore isolano “non è solo venire a cantare ma anche vivere la festa dei lavoratori, per chi viene da una famiglia operaia che ha sempre lavorato onestamente e duramente” e soprattutto dev’essere un messaggio per la classe politica vista con sfiducia dagli italiani poiché “sono tutti un po’ cialtroni” sperando in un arrivo di “persone oneste che quantomeno non facciano dei danni”. Curiosa la scelta di Colapesce di salire sul palco con abiti da sacerdote, ma ha tenuto a sottolineare che la scelta “è stata adottata perché si voleva riprendere le tematiche dell’ultimo disco “Infedele”, anche perché l’infedeltà è un tema molto ricorrente al giorno d’oggi in diversi aspetti, dalla politica al rapporto di coppia, e anche per una questione tecnica, perché questo disco è molto diverso e molto infedele a se stesso, dal punto di vista sonoro e testuale”.

Dagli afrori pop indie della Trinacria si sale (di poco, ma si sale) all’hip hop inusuale e “pummarolesco” di Ghemon, che si presenta sul palco con una vistosa zazzera color carota. Un appuntamento importante per il rapper di Avellino che spiega il suo ritorno a Taranto: “sapevo che mi sarei sentito bene, mi sarei sentito a casa, tra l’altro sapevo che si sarebbe parlato di cose serie pur essendo una giornata spensierata. Dato che è una festa bisogna trovare la giusta combinazione, sapere di poter dare un messaggio in una giornata come questa mi ha spinto a essere qua”. E il messaggio sicuramente è arrivato. Per Ghemon infatti la musica può essere fulcro di cambiamento, “se preso nella chiave giusta il messaggio del rap può dare tanto. Non sei obbligato a saper cantare o a conoscere le note, e soprattutto puoi creare qualcosa dal niente, è il massimo del puntare su se stessi. Se gli altri non ti prendono in considerazione, se la politica o la società non credono in te è compito nostro, di chi fa questo “lavoro”, spingere te giovane a credere un po’ di più in te stesso”.

E a fine serata c’è anche spazio per le melodiche ballate di Brunori Sas, capaci di far cantare la platea intera, capaci di fermare migliaia di cuori con una semplice chitarra. Un estro poliedrico quello del cantautore di Guardia Piemontese, che si estende dalla musica alla tv “impegnata”. “Sto diventando anche giornalista quindi non c’è futuro per voi, anche perché purtroppo sono troppo bravo, tutto mi ha voluto dare (guarda al cielo), bellezza, simpatia, tutto” ha risposto Darione ironicamente a tutti i giornalisti che lo “accusavano” di star rubando il loro lavoro. Nonostante le battute però Brunori resta umile, e se qualcuno gli chiede di una santificazione ormai raggiunta, lui ribatte così “guarda, la santificazione spero arrivi più tardi possibile perché come ben sai è qualcosa che arriva sempre postuma. Da buon meridionale e scaramantico spero arrivi, ma il più tardi possibile.

Prova di maturità dunque superata per il concertone ionico, anche dopo essersi adeguato alla “Circolare Gabrielli”, l’insieme di norme e regolamentazioni per gli eventi pubblici nato dopo i fatti di Torino del giugno scorso, Taranto diventa luogo di aggregazione, di grande musica ma anche di riflessione sul presente. Gran parte del merito va agli organizzatori, Michele Riondino, Diodato, Roy Paci e il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, capaci di aver dato questa speciale occasione a una città quanto mai martoriata e bistrattata, ma quello che ci sentiamo di dire dopo questa quinta, magica edizione è che l’uno maggio Libero e Pensante, a dispetto di ciò che si pensa nelle alte sfere, non è più solo (lo è mai stato?) una “sagra paesana” o una “festa in piazza”, è qualcosa di molto di più.

 

Foto in copertina di Giada Vese.

 

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