Quello che non abbiamo capito di Una vita in vacanza

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Meta e Moro hanno vinto il Festival. E menomale. Perché probabilmente “Una vita in vacanza” de Lo Stato Sociale non avrebbe avuto lo stesso impatto se fosse stata incoronata come miglior canzone italiana. Forse si sarebbe imborghesita un po’. Fatto sta che i cinque “ragas” bolognesi, Alberto Cazzola, Lodovico Guenzi, Alberto Guidetti, Enrico Roberto e Francesco Draicchio, hanno stupito non poco la giuria e il pubblico che ha assistito alle serate sanremesi con la loro denuncia scanzonata di un sistema asfissiante e opprimente, quello del mondo del lavoro.

Il contorto metodo di votazione del Festival li ha piazzati quindi al secondo posto (sarebbero addirittura arrivati terzi dietro Annalisa se il regolamento fosse rimasto lo stesso dell’anno), ma sono in molti ad averli additati come i vincitori morali della rassegna. Gli altri semplicemente non hanno capito la canzone.

E sì, perché un orecchio distratto avrebbe potuto pensare che la band felsinea, ormai icona dell’indie pop italiano, volesse, cantando “perché non te ne vai una vita in vacanza?” inneggiare al dolce far niente, al bamboccionismo di padoaschioppana memoria.

In realtà il messaggio della canzone non è nemmeno così recondito, alla base c’è lo stress che quotidianamente ci sfianca, la poca voglia che abbiamo di alzarci e andare a lavorare. La domanda da fare a noi stessi, come sottolinea anche Lo Stato Sociale è: “perché lo fai?”.

E non vale rispondere “per i soldi; per pagare il mutuo; per mantenere la famiglia”. Si parla di felicità. Quello che fai, il lavoro per cui passi 8 ore seduto davanti a un computer, ti rende felice? Ormai la corsa al lavoro è diventata preponderante nella nostra società, un tempo si sognava di poter fare il mestiere desiderato sin dall’infanzia, oggi si sogna la pensione, un traguardo che molti giovani vedono come irraggiungibile. E va da sé che pur di avere un lavoro si accetti la qualunque. Così un potenziale psicologo finisce a fare il promoter di polizze assicurative, un laureato in ingegneria astrofisica va a chiudersi in un call center.

Il “perché lo fai?” dovrebbe essere la domanda da farsi ogni mattina davanti allo specchio, la domanda che è stata sfruttata in pieno da chi ha sfanculato tutto è si è inventata un lavoro nuovo, un modo di fare uno sgambetto alla vita che, ricordiamolo, è una. La “vita in vacanza” non è quella di chi sta su un’amaca a sorseggiare piña colada da una noce di cocco, ma quella di chi ha come fine quello di raggiungere la felicità, anche attraverso il proprio lavoro. Sarà pure una stronzata quella del “ama ciò che fai e non lavorerai un giorno in vita tua”, ma alla fine della fiera è proprio questa la morale: non smettere mai di desiderare, non imprigionarsi con le proprie mani.

Alla fine dopo i ritornelli e vecchie che ballano un’altra domanda, con due risposte che si escludono a vicenda: “vivere per lavorare, o lavorare per vivere?”. Un chiasmo terrificante ma efficace, Lo Stato Sociale, grande amante delle figure retoriche lo sa bene. Solo una di queste due strade però ci porterà a goderci la vita come se fosse una grande, straordinaria vacanza.

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