Pulitzer per la Musica a Kendrick Lamar: è la prima volta di un rapper in 76 anni

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Kendrick Lamar direttamente nella storia. Lo scorso 16 aprile infatti, in una Columbia University a dir poco gremita, il rapper californiano ha ricevuto l’ambito Premio Pulitzer per la Musica. A essere premiato è stato l’ultimo album di Lamar, “DAMN”, pubblicato nell’aprile dello scorso anno. La giuria ha definito quest’album “una pietra miliare messa a segno per la capacità di raccontare l’esperienza afroamericana” e anche “una collezione virtuosa di canzoni accomunate da vernacolare autenticità e da dinamiche ritmiche che propone aneddoti ficcanti in grado di catturare la complessità della vita moderna degli afroamericani”.

Questo riconoscimento appare come qualcosa di straordinario, specialmente se prendiamo in considerazione il fatto che in 102 anni di Pulitzer, e in 76 anni di Pulitzer per la Musica, mai nessun rapper era stato insignito di un così prestigioso premio. Infatti dal 1943, anno in cui il Premio Pulitzer aprì anche la categoria Musica, erano stati premiati solamente artisti jazz o compositori di musica classica (tra cui due volte l’italianissimo Gian Carlo Menotti), i due generi considerati “alti” e quindi, secondo una radicata consuetudine, gli unici ad essere ritenuti meritevoli di una così preziosa onorificenza.

Non solo, tutte le tematiche affrontate da Lamar nel suo “DAMN” sono sicuramente qualcosa di inedito per il Pulitzer. Il rapper di Compton infatti traccia una sorta di viaggio nell’emarginazione regalandoci pezzi di una crudezza e di un impatto senza pari. Pensiamo a tracce come “YAH”, dove Kendrick accomuna le vicende e le persecuzioni di cui sono protagonisti gli afroamericani negli U.S.A. alle peripezie ebraiche e all’Esodo biblico. O ancora “PRIDE”, dove viene inserito un senso di orgoglio e di appartenenza, insieme alla frase “Race barriers make inferior you and I”, “le barriere razziali ci rendono inferiori”. E sarebbe impossibile non citare “XXX”, brano dove Kendrick analizza il passaggio dall’era Obama all’incertezza e all’insicurezza trumpiane.“The great American flag is wrapped in drag with explosives” scrive Lamar, “la grande bandiera Americana è avvolta negli esplosivi”.

Ma potremmo trovare mille riferimenti in “DAMN”, da Martin Luther King a Malcolm X, da Tupac Shakur (suo idolo di sempre) agli Chiraq, i quartieri ghetto su misura per i negri, dal Deuteronomio alla Santa Famiglia.

Il Pulitzer a Lamar non è solo statistica, non è solo entrare in un’élite composta da mostri sacri come Duke Ellington, John Coltrane, George Gershwin o Thelonious Monk. È anche e soprattutto uno sbattere in faccia all’America temi che sono ancora purtroppo considerati tabù: l’emarginazione, la violenza perpetrata verso chi ha un colore di pelle diverso, la xenofobia, una politica che non riesce a dare sicurezza alle masse, un futuro che è un grande punto interrogativo.

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