“Plasticide”, e se un gabbiano che vomita plastica non fosse solo una scultura?

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Un fresco pomeriggio al mare. Mamma, papà con il loro figlio e la loro figlia. Il cielo limpido, la brezza leggera e serena, la sensazione piacevole dei granelli di sabbia sotto i piedi. Poi, poco più in là, un gabbiano che vomita. Vomita un grande quantitativo di plastica. Accanto alla bambina un altro volatile agonizzante in una pozza di quello che ha rigurgitato. Altra plastica con il tappo della Coca-Cola ben visibile. Può sembrare disgustoso, questo quadretto apparentemente sereno può far storcere il naso. Ed è giusto che sia così, è giusto che provochi una reazione. “Plasticide” è l’ultimo lavoro realizzato da Jason deCaires Taylor, scultore conosciuto per aver realizzato il primo museo interamente acquatico. Pur non avendo operato nell’acqua, questa volta, è sempre l’ecosistema marino al centro della sua ultima opera. Piazzato davanti al Royal National Theatre di Londra, luogo quotidianamente attraversato da migliaia di cittadini, il lavoro del britannico è un’aperta critica all’inquinamento causato dalle scorie di plastica.

Plasticide, il cui gioco di parole è d’intuibile comprensione, illustra una dura realtà: un momento di relax familiare è interrotto da una visione distopica del futuro, un futuro in cui, come attualmente previsto da studi e da campagne di associazioni ambientaliste, la plastica supererà i pesci negli oceani entro il 2050. Oltre alle gravi conseguenze ambientali, gli uccelli marini già adesso confondono la plastica con cibo commestibile. L’inquinamento su scala industriale dei nostri mari sta raggiungendo un punto di crisi e la scultura nella sua beffarda durezza è un monito, un preavviso del potenziale orrore causato dalla gestione inefficace dei rifiuti.

La scultura, realizzata in collaborazione con Greenpeace, pesa due tonnellate e mezzo e l’artista ha realmente utilizzato detriti plastici ritrovati su alcune spiagge. Louise Edge, responsabile delle campagne di Greenpeace in Europa, ha detto: «Siamo orgogliosi di lavorare con Jason deCaires Taylor per far luce sull’enorme marea di inquinamento di plastica che finisce nei nostri oceani. Gli studi hanno dimostrato che il 90% degli uccelli marini hanno residui di plastica nello stomaco. La scena raffigurata in questa scultura sarebbe sembrata surreale cinquant’anni fa, ma è ormai una triste realtà. Tutta la plastica che utilizziamo è prodotta sulla terra ed è proprio da qui che dobbiamo vedere le conseguenze mortali che il flusso di plastica genera nei nostri oceani».

Ma quanto è esattamente vasto questo flusso? Uno studio del 2015 pubblicato sulla rivista Science, dopo aver analizzato 192 paesi, ha stimato che circa 8 milioni di tonnellate di detriti di plastica vanno a finire in mare ovvero «l’equivalente di cinque buste stracolme di plastica ogni mezzo metro di tutte le cose dei 192 paesi presi in esame», come spiega Jenna Jambeck, docente di ingegneria ambientale dell’Università della Georgia, coinvolta nello studio. Secondo Jambeck, inoltre, la maggior parte dei rifiuti è prodotta in Asia con Cina al primo posto, seguita da Brasile ed Egitto, mentre gli Stati Uniti si collocherebbero al 20esimo posto.

Nel 2015, Jason deCaires Taylor ha realizzato un’altra opera iconica, sempre a Londra su una sponda del Tamigi in prossimità del Vauxhall Bridge e non lontano da Westminster. Si chiama “The Rising Tide”, è visibile quando non c’è l’alta marea ed è una rivisitazione dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. Uomini in giacca e cravatta, simbolo del potere politico ed economico, infatti, sono in sella su cavalli la cui testa è sostituita dalla pompa utilizzata per l’estrazione del petrolio. Il tetro spettacolo è un riferimento all’impatto negativo causato dall’utilizzo smisurato e smodato dei combustibili fossili.

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