Sulla mia pelle: una storia che non deve ripetersi mai più

Comments (0) Cinema

“Sono rimasta colpita fin da subito dalla somiglianza che Alessandro Borghi è riuscito a raggiungere con Stefano. La voce, il modo di parlare. Il modo di camminare.

Insieme a lui ho visto me stessa ed i miei genitori.

Ho provato una strana sensazione all’inizio. Mi faceva strano che tutti quei bravi attori si fossero impegnati per interpretare proprio noi. La famiglia Cucchi. Chi siamo noi, in fondo, per meritare tanta attenzione? Non riesco a crederci mi pare surreale.

Perché tanta importanza? Mi sono addirittura un pochino vergognata a vederci rappresentati su quel grande schermo davanti a me, davanti a tutti.

Ma poi ho rivissuto mio fratello, gli ultimi momenti in cui l’ho visto vivo e poi tutto il resto. Fino al riconoscimento all’obitorio. Ho rivissuto tutto, ogni singolo momento del suo e del nostro calvario. Inutile parlare del dolore rinnovato. Ho visto le nostre vite dentro quello schermo. Col groppo in gola ho sperato, durante tutta la proiezione, che ad un certo punto la storia narrata deviasse stravolgendo il corso degli eventi per un finale diverso. Un finale magari non proprio del tutto a lieto fine ma comunque diverso.

No dai – pensavo – Stefano non può morire così, in questo modo atroce. Di dolore.

Magari qualcuno in extremis interviene e si occupa di lui e lo salva. Magari rimangono impuniti coloro che lo hanno pestato e lui rimane in carcere ma vivo, e noi possiamo finalmente rivederlo. Ma Stefano non ce la fa ed in carcere non ci rimane.

Il film finisce e Stefano è morto. Non è possibile un finale diverso.

Ora è libero e ci guarda da lassù.

Era un ragazzo eccezionale semplicemente perché era mio fratello. Non doveva finire così ma così è finito.

Perché non accada mai più. Perché Stefano Cucchi, pur essendo un ultimo con tutti i suoi difetti, aveva un’anima, eccome se ce l’aveva!

Perché tutti abbiamo una storia alle spalle, un’anima dentro da salvare, anche se ultimi e sconosciuti.

Non deve accadere mai più”.

Non credo che esistano parole migliori di quelle usate da Ilaria Cucchi per raccontare “Sulla mia pelle”. Il film che racconta la vicenda di Stefano Cucchi,il trentunenne romano morto nell’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009 mentre si trovava in custodia cautelare.

Il regista, Alessio Cremonini, è riuscito a raccontare senza fronzoli un lasso di tempo di una settimana: gli ultimi sette giorni di Stefano, dal fermo per spaccio e detenzioni di sostanze stupefacenti, fino al riconoscimento in obitorio da parte dei genitori. Un ritmo sincopato, una fotografia grigia, piena di ombre, quasi volesse spiegare senza parole, le contraddizioni e il detto e non detto di tutta questa storia.

Una storia, quella di Stefano, in cui non è facile capire chi sono i buoni e chi i cattivi. Non deve averlo capito neanche lui, che non sapeva con chi parlare, quanto parlare. Non sapeva a chi chiedere aiuto e come chiedere aiuto.

Proprio questo ti strazia.

 

Come ha detto Alessandro Borghi, straordinario interprete di Stefano: “Mentre recitavo avrei voluto urlare ‘aiuto’ al posto di Cucchi”. È vero, mentre si guarda la pellicola, viene spontaneo gridargli: “parla Stefano parla”. Ma ormai non può più.

“Sulla mia pelle” è un film pulito senza retorica, non prende le parti di nessuno. Non ti presenta Stefano in modo da farlo sembrare simpatico. Lo presenta così come era, con la sua luce e le sue ombre, nella sua strana normalità.

Nessuna simpatia e nessun eroe. Solo la normalità di una famiglia come le altre, una famiglia che ha affrontato i problemi di droga di un figlio e che pensa, ignara, di esserne uscito.

L’empatia arriva dopo, semmai nel martirio, nel dolore, nella sofferenza. Non solo della condizione umana di chi martoriato di botte, non curato e non aiutato, vive i suoi ultimi istanti di vita. Ma, lasciatemi passare un “sopratutto”, con i genitori e la sorella che sanno, sanno che Stefano in carcere non sta bene. Non riescono a vederlo, a capire come sta, fino a che non si vedono arrivare a casa l’avviso di decesso.

Per assurdo l’empatia si prova, anche se per un piccolo fotogramma, per quel giovane carabiniere che sa che cosa è successo, ha assistito alla barbarie e chissà se vi ha partecipato, che nell’incontrare lo sguardo sgualcito di Stefano, si mostra impaurito che la verità venga a galla.

Poi c’è solo l’attesa della morte. Perché se stiamo qui a parlane, tutti sappiamo come è finita la vicenda.

Il cast è straordinario: Alessandro Borghi, dimagrito e imbruttito, è riuscito a scrollarsi di dosso i panni del bullo Aureliano Adami di Suburra, così come quelli del play boy di Napoli Velata. Probabilmente ci troviamo davanti uno dei migliori attori degli ultimi anni. Jasmine Trinca è riuscita ad interpretare perfettamente Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, di cui ormai conosciamo voce e movenze. Trinca riesce perfettamente a trasportare lo spettatore dalla rabbia, per il comportamento del fratello, alla disperazione, fino alla ricerca forsennata di una giustizia.

Ma la vera sorpresa di questa pellicola è Max Tortora che, interpretando il padre di Stefano, si è sdoganato dal suo ruolo di attore comico, a volte di macchietta, recitando con intensità un ruolo paterno, protettivo e molto intenso.

Il film pur essendo su Netflix, in due giorni è stato visto al cinema da circa 15mila persone. Anche perché, secondo molti critici, è un film fatto molto bene, da guardare anche solo in quanto film, a prescindere della storia che racconta.

Ma la storia, quella vera, è bene che sia conosciuta. Perché non deve succedere mai più.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This blog is kept spam free by WP-SpamFree.

Vai alla barra degli strumenti