L’Europa sta per sovvertire le regole di Internet

Comments (0) Publishing, Tech

copyright europa

I pro e i contro della nuova legge sul copyright

Cosa dire a riguardo… Stiamo affrontando un problema più che generazionale, epocale. Un problema che non riguarda solo l’editoria, ma gli aspetti basilari dell’espressione mediatica della società civile.

Noi di Mattlumine e io in particolare siamo grandi sostenitori di Internet, della sua libertà di espressione, della sua ampia democrazia.

Ma come in ogni altro comparto della vita di ognuno di noi, la democrazia, così come la meritocrazia finiscono sempre per dover fare i conti con l’economia.

E tutti sappiamo come l’economia sia un bel problema di questi tempi.

L’economia influenza e sposta gli equilibri, succede così che la legge debba intervenire per riportare gli equilibri entro un range che sia sostenibile per tutti gli attori in campo.

Questo è quello che sta succedendo con la nuova legge sul copyright, in discussione al Parlamento Europeo in questi giorni.

A causa della enorme divulgazione di informazioni veicolate su internet, si sa che oggi l’intero comparto dell’editoria è caduto in profonda crisi.

Per cercare di far fronte a questa situazione, l’Unione Europea sta cercando di trovare una quadra ad una legge che vada a tutelare gli editori cercando di aiutarli a raccogliere ricavi dal mondo del web a discapito delle grandi piattaforme online.

Cosa dice questa legge? Molte cose, ma due sono gli articoli che stanno polarizzando le opinioni, l’11 e il 13.

Questo l’articolo 11:

Articolo 11
Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale

1.Gli Stati membri riconoscono agli editori di giornali i diritti di cui all’articolo 2 e all’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2001/29/CE per l’utilizzo digitale delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico.

2.I diritti di cui al paragrafo 1 non modificano e non pregiudicano in alcun modo quelli previsti dal diritto dell’Unione per gli autori e gli altri titolari di diritti relativamente ad opere e altro materiale inclusi in una pubblicazione di carattere giornalistico. Essi non possono essere invocati contro tali autori e altri titolari di diritti e, in particolare, non possono privarli del diritto di sfruttare le loro opere e altro materiale in modo indipendente dalla pubblicazione di carattere giornalistico in cui sono inclusi.

3.Gli articoli da 5 a 8 della direttiva 2001/29/CE e la direttiva 2012/28/UE si applicano, mutatis mutandis, ai diritti di cui al paragrafo 1.

4.I diritti di cui al paragrafo 1 scadono 20 anni dopo l’uscita della pubblicazione di carattere giornalistico. Tale termine è calcolato a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo alla data di pubblicazione.

E questo il 13:

Articolo 13
Utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiale caricati dagli utenti

1.I prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno pubblico accesso a grandi quantità di opere o altro materiale caricati dagli utenti adottano, in collaborazione con i titolari dei diritti, misure miranti a garantire il funzionamento degli accordi con essi conclusi per l’uso delle loro opere o altro materiale ovvero volte ad impedire che talune opere o altro materiale identificati dai titolari dei diritti mediante la collaborazione con gli stessi prestatori siano messi a disposizione sui loro servizi. Tali misure, quali l’uso di tecnologie efficaci per il riconoscimento dei contenuti, sono adeguate e proporzionate. I prestatori di servizi forniscono ai titolari dei diritti informazioni adeguate sul funzionamento e l’attivazione delle misure e, se del caso, riferiscono adeguatamente sul riconoscimento e l’utilizzo delle opere e altro materiale.

2.Gli Stati membri provvedono a che i prestatori di servizi di cui al paragrafo 1 istituiscano meccanismi di reclamo e ricorso da mettere a disposizione degli utenti in caso di controversie in merito all’applicazione delle misure di cui al paragrafo 1.

3.Gli Stati membri facilitano, se del caso, la collaborazione tra i prestatori di servizi della società dell’informazione e i titolari dei diritti tramite dialoghi fra i portatori di interessi, al fine di definire le migliori prassi, ad esempio l’uso di tecnologie adeguate e proporzionate per il riconoscimento dei contenuti, tenendo conto tra l’altro della natura dei servizi, della disponibilità delle tecnologie e della loro efficacia alla luce degli sviluppi tecnologici.

Riassumiamo:

  • le “grandi piattaforme” devono pagare i diritti di copyright se pubblicano dei contenuti coperti da tale diritto.
  • Le piattaforme come Facebook si dovrebbero dotare di un sistema di controllo delle pubblicazioni in modo che nessun contenuto coperto da copyright possa essere pubblicato senza che ne siano stati pagati appunto i diritti.
  • Per esempio, Google dovrebbe pagare i diritti sui contenuti che si vedono nel feed delle pagine di ricerca, cioè per il titolo e la description.

Ok, ora che abbiamo semplificato il tutto, andiamo a vedere le criticità che si vengono a creare e i punti di forza che comunque ci sono.

Anzitutto non è difficile immaginare lo scenario caotico che si potrebbe presentare se la legge dovesse essere approvata con questo testo il prossimo Gennaio. Allo stesso tempo nessuno lo può determinare con assoluta certezza, perché i giochi di potere ora in atto, sostanzialmente rimarranno.

Di fatto, oggi gli editori, come noi, si lamentano del fatto che nessuno paghi per i contenuti che si producono e che la pubblicità non è sufficiente a sostenere minimamente i costi; quindi sarebbe normale chiedere che i contenuti pubblicati online fossero remunerati, dall’altra parte ci sono i grandi player che indicizzano i nostri contenuti e di conseguenza dicono che loro stanno già sostenendo la nostra causa.

In poche parole, la critica maggiore a questa legge viene dal fatto che, se è stata fatta per sostenere gli editori, potrebbe avere l’effetto opposto, affossando del tutto il sistema. I piccoli editori riescono a generare le visite ai loro siti tramite l’indicizzazione di Google e degli altri motori di ricerca, ma se Google dovesse non accettare di pagare per i contenuti e togliere dal suo feed d’indicizzazione i contenuti per i quali dovrebbe pagare, quasi tutti i giornali non sarebbero più visibili nelle pagine di ricerca, con evidente totale caduta delle visite.

Un’altra criticità si pone nella discrezionalità che ogni paese europeo avrà sull’interpretazione della legge. Infatti il primo testo della legge che prevedeva un’interpretazione unica per tutti i paesi non venne accolta con favore e oggi il testo prevede che un organo di ogni stato si occupi di interpretare la legge.

Si paventa così l’idea che alcuni stati possano lasciare agli editori la libera scelta di far pagare o no le piattaforme per i loro contenuti. Un sostanziale: decidi tu se essere indicizzato o essere pagato.

Il classico cane che si morde la coda.

L’altra grande questione è quella che riguarda l’upload dei contenuti da parte degli utenti.

L’esempio da prendere in considerazione, come metodo più evoluto attualmente esistente è l’ID di YouTube. Un algoritmo molto complesso, per il quale hanno investito milioni di euro, che è in grado di capire se il video che carica un utente contiene o no audio o video coperto da copyright.

Sostanzialmente l’Europa chiede ad ogni piattaforma che permette agli utenti di fare l’upload di contenuti di dotarsi di un sistema simile.

Anche in questo si pongono delle criticità, due in particolare.

La prima riguarda sempre gli attori del mercato che non hanno dimensioni tali da poter sostenere un tale costo, per cui anche in questo caso si finirebbe per avvantaggiare le grandi piattaforme che potrebbero sostenere il costo.

In secundis, si pone il tema che tale sistema di filtraggio potrebbe finire per essere utilizzato come sistema di censura e comunque limitare la libertà di espressione che è alla base di Internet.

Infatti sia Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia, che Tim Berners-Lee, letteralmente l’inventore del World Wide Web, si sono già mostrati contrari a questa legge, in particolare per questo motivo.

Oltre alle criticità legate ai singoli articoli, si pongono quelle generali. Per esempio le informazioni poco precise, come la definizione “grandi piattaforme”, che si presta ad ogni tipo di interpretazione, perché anche un servizio di hosting in cloud è una grande piattaforme di condivisione di file, tanto per intenderci.

E poi il fatto dell’interpretazione paese per paese mi spaventa molto. Perché mi immagino già paesi come l’Olanda in cui la libertà di espressione sarà sicuramente garantita e altri (che vi lascio immaginare) dove lo strumento sarà utilizzato per mostrarci solo famigliole felici e religiose…

Fatte tutte le critiche del caso, ora bisogna citare anche i pro.

Per prima va citata la volontà di salvaguardare l’editoria, un settore che non è mai stato solo un asset economico di uno stato, ma uno strumento di vitale importanza per la creazione di una opinione pubblica che abbia tra i suoi cardini la libertà di espressione di ognuno e quindi capo saldo della democrazia.

Detto questo, il tentativo sembra ancora un po’ maldestro.

In linea di principio, nonostante tutte le critiche che ho fatto, mi sento a favore di una proposta per salvaguardare l’editoria, che troppo spesso viene usata per scopi non legati alla nutrizione delle coscienze.

Io credo però che come sempre, il potere è nelle mani del popolo, così come la responsabilità dei fallimenti di così grande respiro, come è quello dell’editoria attuale.

Per esempio, ci lamentiamo sempre tutti dell’evasione fiscale, della droga che circola nelle nostre città, ma molti di noi ancora non usano il bancomat per fare gli acquisti. Lo si può vedere dalle file (inesistenti) alle casse automatiche dei grandi centri commerciali o ai caselli dell’autostrada.

Basterebbe eliminare il contante per risolvere quasi interamente entrambe questi problemi.

Provate a chiedere allo spacciatore se ha il pos.

Allora, diciamo la verità, la verità è che non si vuole la pubblicità su internet, ma non si vuole nemmeno pagare per i contenuti, ci si arrabbia con Facebook se vende i dati, ma noi non vogliamo pagare un centesimo per usarlo.

Allo stesso modo non vogliamo pagare un euro per un giornale online, perché tanto la notizia la si trova gratis da qualche parte, senza badare al fatto che chi scrive sul giornale online ha studiato, è un professionista e quello che dice sull’argomento ha una validità oggettiva.

Qui si apre in realtà un’altra criticità della legge, innalzata da diversi colleghi. In sostanza, se il sistema di pagamento per i diritti sarà a discrezionalità del singolo editore, si potrebbe verificare una ancor peggiore caduta di qualità dei contenuti che si trovano online oggi.

Come? In questo modo: se un editore crea contenuti di qualità, paga esperti per crearli, pretende che le piattaforme paghino i diritti su i suoi contenuti.

Al contrario, uno che scrive bufale o vuole solo essere destabilizzante, eviterà di farsi pagare e quindi i suoi contenuti verranno esposti con maggiore forza, portando così la rete ad essere un insieme di fake news, news approssimative etc…

Questo è lo scenario peggiore, certo, però diciamo che senza aspettare che gli stati arrivino a fare le leggi, con il solito mostruoso ritardo, iniziamo noi a fare la differenza, pagando per ciò che riceviamo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This blog is kept spam free by WP-SpamFree.

Vai alla barra degli strumenti