L’Italia è sempre di più un paese immagine, vuoto dentro.

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versace

Tutti ci vogliono, ma nessuno ci sposa, semplicemente ci compra…

La vendita, ormai data per certa, della casa di moda Versace al gruppo americano Kors è l’ultimo tassello in ordine di tempo degli acquisti che le potenze mondiali stanno facendo nel nostro paese.

Praticamente nel solo settore della moda, escluso Armani, che per volere del suo fondatore Re Giorgio non ha nemmeno mai accettato la quotazione in borsa, e Prada, che però ha una forte quotazione estera, gli altri grandi nomi sono ormai tutti in mano a gruppi del lusso esteri.

Le holding francesi hanno negli anni acquisito: Bottega Veneta, Brioni, Gucci e Pomellato che fanno parte del gruppo Kering, invece Berluti, Loro Piana, Fendi, Emilio Pucci, Acqua di Parma, Bulgari e persino le pasticcerie Cova sono in mano al gruppo LVMH.

Ma i francesi non sono i soli, la cinese Shenzen Marisfrolg Fashion comprò nel 2014 il marchio Krizia con l’obiettivo di espandere i negozi in Cina, mentre nel 2012 la storica maison Valentino, che ha in licenza anche il marchio Missoni, venne ceduta al fondo sovrano del Qatar.

Ma la moda non è la sola, quello che facciamo di bello in Italia, finisce che lo compra uno straniero. Viene in mente ad esempio il nuovissimo e spettacolare quartiere di Porta Nuova a Milano, rilevato da fondi d’investimento arabi per risolvere i problemi d’indebitamento delle aziende italiane intervenute nella costruzione dei meravigliosi grattacieli.

Ma continuiamo pure. Guardiamo le nostre meravigliose automobili, come Ferrari, Maserati e Alfa Romeo che essendo parte di FCA, risultano di fatto non più italiane nemmeno loro, in quanto FCA ha sede ad Amsterdam e gestisce le finanze dalla city di Londra.

Allo stesso modo possiamo parlare di Lamborghini, che è da anni in mano al gruppo tedesco Audi-Wolgswagen così come le moto Ducati.

Bisogna dire che se tutti ci vogliono, è perché i marchi italiani nel mondo hanno grande appeal, pensate che per Versace si parla di una valutazione attorno ai 2 miliardi, 2 miliardi per un’azienda che nell’ultimo anno ha generato circa 15 milioni di utile.

Di per sé, l’acquisto da parte di grandi fondi esteri non è un problema se il tuo paese è strutturato per gestire in questo modo la sua economia.

Pensate alla Gran Bretagna, patria di Aston Martin, Bentley, Rolls Royce, Lotus, Jaquar e tante altre, bhe non ha più nessuna casa automobilistica di proprietà inglese, sono quasi tutte in mano a case automobilistiche tedesche, in questo caso BMW e Mercedes-Benz.

Non sono forti nel settore food, la loro cultura culinaria per un italiano o un francese è una contro-cultura culinaria, non hanno più le potenza navale di una volta, così come non sono più i grandi potenti del mondo assicurativo. Però il sistema economico britannico funziona.

Facciamo un esempio calzante di come funziona bene il sistema di vendita di prodotti britannici a soggetti esteri senza perdere valore interno.

La Premiere League inglese.

Gli inglesi sono stati i primi a vendere le proprie squadre di calcio a soggetti esteri. Oggi il Manchester United è di proprietà americana, il Chelsea è russo, il Manchester City è qatariota, il Leicester è cinese, l’Arsenal è di proprietà dell’Arsenal Holding, una public company.

Eppure il valore che porta in Inghilterra la Premiere League è più alto di tutti gli altri grandi campionati mondiali, anche più della Champions League. Si parla di circa 11 miliardi di dirittti televisi di cui 4 vengono proprio dall’estero.

Ecco, la capacità inglese nella gestione nelle vendite di aziende inglesi all’estero è stata fatta in modo che ci fosse nel soggetto che acquista la volontà di fare un’investimento da riversare nell’ambiente economico inglese.

Il sistema economico inglese fa sì che il soggetto estero che investe in Inghilterra non abbia voglia di spostare successivamente i suoi ricavi, per via della tassazione, della velocità burocratica, delle competenze che si trovano nella city per il reinvestimento degli utili.

Pensate infatti che la city di Londra ha il valore complessivo più grande del mondo, anche più di Wall Street o Shanghai, e se si immaginano le dimensioni reali di questi tre paesi, stiamo parlando di un isolotto contro due semi-continenti.

Cosa è che invece non funziona in Italia in questo modo. Noi vendiamo, ma chi acquista non ci sposa, non reinveste su di noi.

La produzione, dove siamo molto forti, viene spostata per via delle minore imposte e del minor costo del lavoro, gli investimenti finanziari sono minimi, soprattutto dopo il crollo del settore bancario, dove stanno riportando a casa i propri risparmi persino gli italiani.

E poi non investono perché gli acquisti in Italia sono fermi e ormai si attestano per lo più nella fascia bassa dei prezzi.

Per cui, dovremmo accettare con soddisfazione o rigetto, l’ennesimo aquisto da parte di uno straniero di un marchio italiano?

Mi spiace dirlo, ma faccio fatica ad essere ottimista verso questo fenomeno.

Già tanti marchi si sono trasferiti a sfilare a Parigi e hanno la produzione fuori Italia, per non parlare del valore azionario, che invece di essere spinto al potenziamento alla Borsa di Milano, potrebbe tentare la quotazione all’estero, come fece Prada ad Hong Kong qualche anno fa.

La vendita di Versace mostra l’anima irrequieta, di chi non ha ancora deciso chi essere, tipico dell’Italia degli ultimi due decenni.

Abbiamo sempre puntato sulla produzione, perché gli italiani sono i migliori artigiani del mondo, però puntare sulla distribuzione come ha fatto la Francia e la Spagna ha pagato di più, chi invece ha puntato direttamente sull’acquisizione finanziaria, senza nemmeno tentare di costruire brand, come gli Americani o i Cinesi, che si sono limitati a fare aziende di supporto a brand esistenti, come aziende che si occupano della distribuzione dei prodotti, che sia in America che in Cina sono in grado di farti aprire decine di negozi all’anno, ha pagato ancora di più.

Il problema sul futuro è che l’economia sembra puntare il suo valore sempre di più verso l’innovazione a scarso contenuto di utlizzo di lavoro umano e vien da chiedersi se c’è ancora spazio per questi italiani artigiani nel mondo della finanza e dell’industria robotizzata.

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