L’Isola dei cani – L’ultimo quadro firmato Wes Anderson

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Di Diana Ringo – Opera propria, CC BY-SA 4.0

Quanto è importante la regia nel cinema? Il regista è quella figura che si assume la responsabilità artistica di un film e coordina tutte le varie figure coinvolte nella realizzazione.
Ci sono registi che possono essere definiti dei “mestieranti”, che invece di mostrare la loro bravura nel muovere la macchina da presa, scelgono di rimanere invisibili per far spazio alla storia.
Poi ci sono altri registi che, invece, preferiscono mostrarsi, aggiungendo alla storia quel tocco in più, movimenti di macchina o piani sequenza particolari, che a volte possono rivelarsi degli elementi più interessante del film stesso, ma altre, possono sembrare meri esercizi di tecnica senza anima.

Wes Anderson, vincitore dell’Orso d’Argento alla miglior regia al festival di Berlino 2018, appartiene più propriamente al secondo schieramento. Pur amando raccontare le proprie storie, costruirle da zero, ha uno stile così intimo e personale, che entra di prepotenza in tutti i suoi film. Anderson dirige con testa e cuore.

isola dei cani

Questo avviene dunque ne “L’isola dei cani” l’ultima pellicola del regista texano, in uscita lunedì 30 aprile nelle sale italiane, la cui analisi può essere affrontata sia da un punto di vista tematico che puramente tecnico a seconda dei punti di vista. Chi ama il cinema in tutte le sue sfaccettature può preferire il lato estetico, i meno esperti potranno appassionarsi alla storia, pur percependo la sua particolarità stilistica.

Brevemente qualche nozione sulla trama: Venti anni nel futuro da ora, in Giappone, l’eccessiva quantità di cani e la diffusione di un morbo noto come “influenza canina” spinge il sindaco di Magasaki a esiliare tutti i cani della città. Il luogo prescelto è quello di una discarica, “l’isola dei rifiuti” in cui randagi e addomesticati dovranno imparare a convivere tra loro e soprattutto con la fame.
Atari Kobaiasci, 12 anni, parte da solo alla ricerca del suo amico a quattro zampe, con la speranza di trovarlo e salvarlo.

isola dei cani_

Le tematiche sono quelle tanto care a Wes Anderson, la ricerca di una famiglia ideale, che manca al solitario Atari, orfano e adottato da uno zio senza cuore, la ribellione dal basso, qui nata da dei ragazzini giapponesi, Atari ma soprattutto una studentessa americana, Tracy, che fiuta un complotto segreto orchestrato dal sindaco, ma soprattutto l’amicizia tra uomo e cane.
La critica politica, mai presente in un modo così evidente nelle altre pellicole del regista, è un elemento di facile lettura, si vede Trump, la sua politica dei muri, la paura americana ma anche Europea (nonché quindi Italiana) verso l’altro da sé, verso i reietti, i diversi e una tendenza politica a voler eliminare la fonte dei problemi più che trovare una soluzione per risolverli. La soluzione per il cambiamento sono i giovani, i ragazzi di cuore, svegli e coraggiosi.

Dal punto di vista tecnico “L’Isola dei cani” è Wes Anderson all’ennesima potenza. Probabilmente il film non aggiunge nulla di nuovo alla poetica del regista ma è una sorta di “Best of” personale. Quando parliamo di Anderson, parliamo di un esteta, uno degli autori più riconoscibili di Hollywood, un vero e proprio artista. Anderson studia ogni inquadratura come se fosse un quadro, i suoi film sono sequenze di dipinti. Come tutti i grandi lavora per immagini, riempie le inquadrature con una quantità enorme di dettagli, non fini a sé stessi, ma tutti fondamentali per rendere la messa in scena geometrica. Niente è lasciato al caso.
Con l’Isola dei cani, Anderson raggiunge il suo apice stilistico, perché la tecnica di animazione in stop motion gli permette di dare massimo sfogo alla sua creatività, di creare il suo mondo, in cui tutto è preciso, simmetrico, con una parola: perfetto.

 

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