Le notti magiche perdono la loro guida: addio ad Azeglio Vicini

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Per la generazione 70/80 è stato l’uomo delle notti magiche, degli occhi spiritati di Schillaci, del gol di Baggio alla Cecoslovacchia, della notte poco magica di Napoli in semifinale contro l’Argentina di Maradona. Non era neanche così celebre mediaticamente, in un’epoca in cui gli allenatori della Nazionale arrivavano dalla scuola di Coverciano ed erano abbastanza ingessati nelle conferenze stampa pre e post partita. Azeglio Vicini è stato amato dopo non aver vinto, a conferma che nello sport si può lasciare un proprio marchio anche se sconfitti. Se n’è andato ieri sera a Brescia a 84 anni.

Ex calciatore di Brescia, Vicenza e Sampdoria, è stato tecnico federale delle Under 21 e 23 prima di ricevere in eredità il timone ingombrante di Enzo Bearzot alla guida dell’Italia nel 1986. Cinque anni sulla panchina azzurra in cui Vicini lancia in prima squadra i suoi ragazzi delle giovanili circondati dai veterani e da sconosciute sorprese: da Vialli a Mancini, da Zenga a Donadoni, passando per Maldini, Roberto Baggio e Totò Schillaci. Gli furono fatali le semifinali: prima quella a Stoccarda nell’europeo 1988 in Germania, battuto 2-0 dall’Unione Sovietica, poi la splendida Nazionale di Italia ’90, la grande illusione, imbattuta e con due soli gol subiti, sconfitta solo ai rigori dall’Argentina nella sfortunata serata di Napoli. Quella coppa andò ai tedeschi di Matthäus, ma è sempre stata una delle più amate dagli italiani, per quelle notti così belle e maledette dell’estate di ventotto anni fa. Quando il Paese era appena uscito dagli anni ’80 e viveva ancora nel clima ovattato e festoso del decennio precedente, ignaro di quanto sarebbe accaduto pochi anni dopo. Da Tangentopoli alle stragi di Capaci e via D’Amelio.

Quella era un’Italia che si specchiava nei dribbling di Baggio e nei gol di Schillaci. La Nazionale che non vinse ma seppe comunque entrare nei cuori di tutti. La squadra di Azeglio Vicini, un galantuomo di un altro calcio, un altro mondo.

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