«L’aborto è femminicidio» per favore fermate CitizenGo

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CitizenGo è una comunità di cittadini attivi che vuole promuovere la partecipazione politica della società. Siamo già 9.378.772 cittadini attivi” fino a qui niente di grave, “anzi”, penserete, “ce ne fossero!”. Questa è la frase che leggerete su citizengo.org, scorrendo la loro Homepage, dopo tantissime tantissime petizioni da firmare. Petizioni contro l’insegnamento gender nelle scuole, oppure per l’abolizione dell’UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, perché oramai sarebbe ridotto a un mero avamposto ideologico della fantomatica “Lobby LGBT”, la petizione al “DECRETO VACCINI: lo Stato non strappi i figli ai genitori!”.

Non ci sarei mai capitata su questo sito, mai, se non fosse stato per i manifesti contro l’aborto che campeggiano sui muri di Roma.

«L’ABORTO è la prima causa di femminicidio» recita il manifesto che ritrae un bel pancione fecondo e poi l’hashtag #STOPABORTO.

Il cartello che campeggia su via Salaria è solo l’inizio di una nuova campagna choc della fondazione legata agli estremisti Prolife a pochi giorni dal quarantennale della legge 194, promulgata il 22 maggio del 1978, e in vista della «Marcia per la Vita» in programma sabato 19 maggio.

«È in atto il tentativo di censurare e silenziare chi afferma la verità sull’aborto, che sopprime la vita di un bambino e ferisce gravemente quella della donna» spiega una nota di CitizenGo: «Rivendichiamo il diritto di opinione ed espressione tutelato dalla Costituzione».

L’aborto, in poche parole, sarebbe legato al femminicidio per «l’evidente motivo che almeno la metà delle vittime di interruzione di gravidanza sono femmine. Un fenomeno che in Paesi come la Cina o l’India, dove si pratica l’aborto selettivo sulle bambine, assume proporzioni numericamente e umanamente drammatiche. Se si considera che in Italia gli aborti sono poco meno di 90mila il calcolo delle donne che mancano all’appello perché abortite prima di nascere è presto fatto».

A spigare questo accostamento decisamente forzato è Filippo Savarese, direttore delle campagne di CitizenGo, che spiega: «negli ultimi anni le istituzioni hanno denunciato con sempre maggior forza il fenomeno dei femminicidi e della violenza sulle donne, ma ci si dimentica di dire che la prima causa di morte per milioni di bambine nel mondo è l’aborto, che provoca anche gravissime conseguenze psicologiche e fisiche per le donne che lo praticano. Si rivendica sempre la “libertà di scelta” per sostenere l’aborto, ma oggi siamo noi a rivendicare la libertà di scelta per le donne che hanno diritto a essere informate correttamente sulle conseguenze sempre drammatiche dell’aborto. Oggi è discriminata la donna che vuole portare avanti una gravidanza e diventare madre».

Sui social si è scatenato il putiferio, ovviamente. C’è chi chiede al sindaco di Roma, Virginia Raggi, di rimuovere immediatamente i manifesti, come Rebel Network, che di CitizenGo parla come di «uno dei gruppi a nostro parere pro-odio e contrari alla libertà di scelta delle donne». Chi invece invoca la libertà, come l’attrice italiana Camilla Filippi, che ieri su Instagram ha spiegato che non si avvarrebbe mai dello strumento dell’aborto, ma che non potrebbe mai impedire a qualcun altro di fare le sue scelte in totale libertà.

Monica Cirinnà, senatrice Pd spesso al centro del mirino delle campagne di CitizeGo per via della legge sulle Unioni Civili, ha commentato i manifesti parlando di una «orribile campagna di disinformazione contro le donne da parte di organizzazioni estremiste» chiedendo «un immediato intervento delle istituzioni, a partire dall’Autorità delle Comunicazioni, per rimuovere subito i manifesti». Per Cirinnà la campagna sarebbe basata su «assunti completamente infondati» perché «le interruzioni di gravidanza in Italia sono tra le più basse in Europa».

Per la senatrice è «disgustoso» che si pensi di «accostare un diritto delle donne a una violenza come il femminicidio».

Facile etichettarle come “Femministe” con un tono sprezzante. Sono solo donne libere, che difendono una conquista riportata da altre donne 40 anni fa.

Il testo della legge 194 del 22 maggio 1978 recita:

«Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.

Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite».

L’aborto è la scelta di una donna, che sa perfettamente cosa sta per affrontare e lo affronta con responsabilità. Noi di Mattlumine ci uniamo alla richiesta di eliminare immediatamente questi manifesti dalle strade di Roma. Non fosse altro per la libertà di ogni donna, non fosse altro per quello che la legge 194 e la legge sul divorzio hanno significato nell’Italia di quegli anni, per la strada che i movimenti femministi hanno percorso fino ad ora, a distanza di 40 anni, e per la strada che dobbiamo ancora percorrere per essere Donne Libere.

Io propongo una campagna veramente choc ai movimenti Prolife: “Si agli asili nei luogni di lavoro”. “Si allo stipendio paritario”, “No, al ricatto famiglia o lavoro”, “Si, ti assumo anche se sei sposata e vuoi avere figli!”. Questa è la necessità, questa è la verità.

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