La libera circolazione del “coniuge” non conosce genere! Storia di una grande sentenza

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Se ne dovrà fare una ragione il nuovo ministro alla “Famiglia”, Lorenzo Fontana, perché la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha di fatto riconosciuto i matrimoni tra persone dello stesso sesso ai sensi delle regole sulla libera circolazione delle persone. Quindi, le “Famiglie Arcobaleno” esistono. E come se esistono!

È iniziato tutto dopo il ricorso di una coppia, un rumeno e un americano. Le cose sono andate più o meno così: Robert Clabourn Hamilton, un cittadino americano sposato con il rumeno Relu Adrian Coman, si era visto negare dalle autorità rumene la richiesta di soggiorno oltre i tre mesi di perché per la legislazione nazionale non poteva essere qualificato come «coniuge» di un cittadino Ue.

Ma Coman e Hamilton hanno proposto dinanzi ai giudici rumeni un ricorso diretto a far dichiarare l’esistenza di una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, per quanto riguarda l’esercizio del diritto di libera circolazione nell’Unione.

A questo punto la Curtea Constituionala si era rivolta alla Corte di giustizia dell’Ue, per capire se il signor Hamilton rientrasse o meno nella nozione di «coniuge» di un cittadino dell’Unione che ha esercitato la sua libertà di circolazione e dovesse così ottenere la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania.

La risposta non ha tardato ad arrivare e i giudici di Lussemburgo hanno constatato che, «nell’ambito della direttiva relativa all’esercizio della libertà di circolazione, la nozione di “coniuge” che designa una persona unita ad un’altra da vincolo matrimoniale è neutra dal punto di vista del genere e può comprendere quindi il coniuge dello stesso sesso». Insomma la nozione di «coniuge», ai sensi delle disposizioni del diritto dell’Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari, comprende i coniugi dello stesso sesso. Secondo la Corte Ue, anche se gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, essi non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un paese non Ue, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio.

Una sentenza storica, non solo per una nazione come la Romania, che non riconosce e non tutela i matrimoni omosessuali, ma proprio per tutte le nazioni del protocollo di Schengen.

Ad ogni modo non cadiamo nei cliché, perché se è vero che la Romania è una nazione conservatrice, per quanto riguarda i diritti dei cittadini gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, è anche vero che ha compiuto progressi significativi nella legislazione in materia di diritti LGBT dal 2000 a oggi. Al punto che nel 2006, è stata nominata da Human Rights Watch come uno dei cinque paesi del mondo che hanno compiuto “progressi esemplari nella lotta contro gli abusi dei diritti basati sull’orientamento sessuale o l’identità di genere”.

La Romania ha ampliato dal 2006 il codice penale per criminalizzare l’incitamento all’odio e alla molestia sulla base dell’orientamento sessuale. È consentita la riassegnazione di genere. Gli omosessuali possono prestare servizio militare, ma, non si capisce per quale ragione, attualmente il paese non permette alle persone omosessuali di donare il sangue. Sarà per prevenire il diffondersi di virus come l’Aids? Nel 2018? Ancora?

Un interrogativo che ci lascia perplessi.

Ma questa domanda soccombe alla tentazione di immaginare che il ministro Fontana, un giorno si veda sfilare liberamente una famiglia arcobaleno formata da un italiano e un nigeriano, magari con figli. Lasciatemelo dire, sarebbe troppo bello. E se questa famiglia dovesse esistere, vi prego contattatemi!

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