Yeezy. Kanye West e la sua visione

Comments (2) Fashion

Yeezy, non è solo un brand è una visione di uno degli artisti più chiacchierati, amati, sopportati e odiati dal grande pubblico. Kanye West, poliedrica mente, è sicuramente un visionario, con una decisa visione del mondo e una precisa percezione di sé, sempre in divenire.
Il marchio Yeezy nasce in collaborazione con Nike tra il 2007 ed il 2009, quando Kanye viene chiamato dalla casa del baffo a progettare una sneaker. La collaborazione sotto il brand Yeezy è profittevole e molto eccitante ed ha sdoganato il feticcio della sneaker anche in un mondo dove il feticcio della scarpa da uomo era taciuto.
Lui, qui, ha come in tutto bisogno di più spazio, infatti nel 2013 vengono confermate le voci di corridoio che lo vedono passare la staccionata, da un gigante all’altro, dalla più sport-riferita Nike ad Adidas, il brand delle Three Stripe, più facile da feticizzare e con delle icone nel cielo che fanno molta luce, basta pensare alle Gazelle – Stan Smith – Campus, o a marchi profittevoli e fortemente di immagine già creati in collaborazione. Un esempio? Parliamo di pura ricerca stilistica pensata e prodotta con Yohji Yamamoto, Y-3.
A detta dell’artista la decisione è stata dovuta proprio da necessità discordanti tra lui ed il colosso.
Nike come detto è più concentrata su un pubblico sportivo, con idoli sportivi, al contrario di Adidas.
Infatti Nike dedica tanto spazio solo agli atleti e alle loro linee, cosa su cui il rapper ha ovviamente avuto da commentare, introducendo anche la necessità di liquidi con la nascita della prima erede West-Kardashan.

“Anche io vado al Garden (Madison Square Garden, palazzetto di New York) e lo riempio anche se non sono un atleta professionista. Il vecchio me, senza una figlia, avrebbe accettato il contratto con Nike, perché adoro troppo questo brand. Ma il nuovo me, con una figlia, accetta l’accordo con Adidas perché ho le royalties e posso provvedere alla mia famiglia! Sarò il Tupac dei prodotti. Sarò il primo designer Hip-Hop e diventerò più grande di Walmart. Devo aumentare i miei introiti, perché non sono ancora al livello di Jay-Z e non sono ancora al livello di Diddy.”

Tralasciando il dettaglio della liquidità della nuova famiglia, i 30 SKU promessi da Adidas avrebbero fatto gola a qualsiasi creativo con un anche minima mania di grandezza.
E lui vittima delle sue manie ci ha regalato ad oggi 2 stagioni, con scenografiche presentazioni, tutto estremamente in brand, non Adidas, ma Yeezus.

2014.
La prima linea ha stupito, la seconda a confermato il genio, un sapore decisamente post apocalittico che ricorda il filone di trilogie e quadrilogie ambientate in futuri distopici, pieni di eroi, quelli che piacciono al Millennialzz, personaggi con un passato tormentato, che si trovano loro mal grado a fare i protagonisti di libri e film in cui a stento avevano voglia di essere menzionati, che cercano di salvare il salvabile in un mondo che ricorda tanto il nostro.
La strada diventa teatro di una voglia di relax tipico della generazione, che fermenta nel tormento di voler cambiare le cose, partendo dal destrutturare completamente in questo caso anche il casual che non è più rilassato, ma è bucato, delle lussuosissime groviere in lana e canvas per guardare ad un passato troppo formale.
La palette colore è ambientata nello stesso futuro dove il colore è rappresentato da un military inevitabile, accompagnato da tenui grigi, bianchi e crema. Le forme sono avvolgenti, è pura rottura, a quanto pare la moda è una cosa, Yeezy è un’altra… e il mercato cosa vuole?

Parliamo delle altre celebri collaborazioni di Adidas, partiamo con la storia, Stan Smith, tennista che ha fatto la fortuna del brand con la basica scarpa piatta tanto venduta dal marchio, l’omonima Stan Smith. Poi c’è stato Pharrell con le sue coloratissime SuperStar, intramontabile scarpa del marchio.
Troviamo per il FarEast il produttore e Dj noto anche al centro del mondo, secondo la visione eurocentrica, Nigo. Ancora nel mondo della musica troviamo Rita Ora, con la moda invece, Raf Simons, Jeremy Scott e la lista è lunga, ma cosa è diverso dalla collaborazione con West? Tutto o quasi. La brandizzazione non è “Original”, lo stile è inedito ed ha influenzato le linee non firmate ufficialmente da Yeezus. È la seconda volta che Adidas crea un brand completamente nuovo e diverso, il primo è stato il sopracitato Y-3, ma cosa differenzia Yamamoto e West da gli altri? Sicuramente uno stile poco vendibile sotto la dicitura delle Tre Strisce, anche se quella del primo è per assurdo è una Y più sobria di quella di Yeezy.
Il marchio è molto più spendibile da parte di Adidas, dato il direttore creativo, famoso a livello globale e con un seguito già decisamente consolidato.
Il potenziale di Yeezy, il brand di abbigliamento è Yeezus, lui, non tanto gli SKU che ha proposto in collezione, la poliedricità, la forza di volontà, la voglia di rivalsa di una persona che rende necessaria la completezza tra gli artisti di calibro. Certo c’è chi come l’amico Carter (Jay Z) ha evitato le collaborazioni puntando alle acquisizioni come per Tidal, lui è più simile ad un businessman in sneakers, lasciando le collaborazioni alla signora Knowles-Carter. (leggi Beyoncé for TopShop)
Il Brand, lo stile, i colori sono distanti, ma non troppo, da quello che è stato proposto sul mercato. Abbiamo infatti visto uno StreetWear accattivante, per il quale bisognerà attendere qualche anno per capirne l’effettivo valore, la tendenza era stata già rilevata, ma declinata in altri modi e sicuramente con altri colori. Il richiamo military in tutta la collezione è forte e capibile perché giustissima in questo momento storico.
Il marchio, bhe, è decisamente in linea, pulito, minimale, finisce le frasi che i maglioni, i pantaloni e le scarpe hanno lasciato incompiute. Cool, veramente.

E i prodotti dicono parecchio dato che le Yeezy Boost hanno vinto il premio best Shoe 2015.
Yeezy è il colpaccio di Adidas che ha strappato West a Nike e gli ha dato lo spazio di cui aveva bisogno.
La tendenza di cui abbiamo parlato, è del tutto trasversale alle sub-culture derivanti da internet e si sviluppa in modo percettibile sia online che offline. È una tendenza proiettata nel futuro, al contrario dell’arietta nostalgica che si respira online, è quella sensazione che a dirla tutta ha ispirato in letteratura queste decine di libri su futuri distopici che affollano gli scaffali da diversi anni, che ora già si sono trasformate in film. Il futuro in cui l’arma viene usata per non usarla più, ricorda un po’ l’Achille, la sua svogliata lena nei confronti dei problemi minimi, con la fissazione per una eternità da conquistare con il metallo. Gli abiti sono vecchi, rovinati e con colori sbiaditi, portati da umani che deambulano in una terra inospitale che sopporta a stento la loro presenza… Sembra un monito.

Tweet about this on TwitterShare on Google+Share on FacebookShare on LinkedInShare on Tumblr

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This blog is kept spam free by WP-SpamFree.

Will be used in accordance with our Privacy Policy