Suburbicon: lo sguardo di Clooney, la sceneggiatura di Coen e l’America dell’accoglienza

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È stato presentato alla mostra del Cinema di Venezia ed è già il caso cinematografico dell’autunno.
Si chiama Suburbicon ed è il nuovo film scritto dai fratelli Joel e Ethan Coen con Grant Heslov e George Clooney che ne ha curato anche la regia.
Era da “Hail, Caesar!” che i Coen mancavano dal grande schermo e tornano alla grande con un cast molto importante composto da attori come Oscar Isaac, Matt Damon, Josh Brolin, Woody Harrelson, Julianne Moore e Glenn Fleshler.

La storia è quella di Gardner Lodge, colletto bianco che vive nella ridente Suburbicon con Rose, sua moglie rimasta paralizzata a causa di un incidente, il figlio Nicky e la sorella gemella di Rose, Margaret, onnipresente.
A mettere in crisi la tranquillità di Suburbicon è l’arrivo di una coppia di colore, i Meyers, che con un bambino dell’età di Nicky, si trasferisce nella villetta accanto ai Gardner. A questo punto la ben pensate comunità di Suburbicon s’infiamma e si adopera per ricacciare indietro “i negri” con ogni mezzo. Intanto, due delinquenti, irrompono nottetempo nell’abitazione dei Lodge e li stordiscono con il cloroformio, uccidendo Rose. Dando vita ad una scena madre, che riprende una sceneggiatura dei fratelli Coen, scritta parecchi anni fa, che raccontava la storia vera dell’ondata di violenza che scatenarono, nei primi anni ’60, le installazioni di famiglie di colore nei centri residenziali della middle class bianca e xenofoba.

Il centro pregnante della scena è lo sguardo terrorizzato di Nicky che assiste impotente all’omicidio della madre. Nonostante si tratti di una dark comedy molto leggera nello stile Clooney/Coen, lo sguardo di bambino, insieme a tutti gli altri momenti di questo tipo che punteggiano il film da lì in poi, come gli sguardi di Nicky dal ballatoio, da sotto il letto, da dentro l’armadio, danno al film un peso da moral play. È proprio assistendo e osservando che il bambino impara da tutto questo l’odio, quanto invece siano più urgenti la tolleranza e l’accoglienza.
Nonostante la bruttezza delle azioni della folla e della sua stessa famiglia, il piccolo Nicky impara la lezione più importante dal coetaneo nero: la resilienza, quella capacità di assorbire un urto senza rompersi. Una lezione imparata da un bambino che era stato quasi costretto a frequentare.

La morale del racconto è molto attuale e sembra voglia dare un messaggio politico agli Stati Uniti,
ossessionati dalla paura di un nemico esterno, nero o islamico che sia. Il racconto di Clooney narra un’America incapace di vedere che la violenza più bieca, la minaccia più agghiacciante, è dentro le proprie case, nutrita dall’avidità e dall’invidia. Ma si tratta di una cecità tutt’altro che involontaria, perché vengono eretti dei veri e propri paletti per negare la visione dei Meyers che celano opportunamente anche la vista sull’altro lato del muro di legno.

È ovvio, insomma, che questa commedia nera prenda pesantemente di mira la realtà sociale e politica dell’America di Trump, pur essendo ambientata nel 1959.
Qualcuno parla di una svolta politica di George Clooney, avvalorata anche dalla sua famiglia quasi Kenediana. Fatto sta che il film va visto, non fosse altro che per le interpretazioni di Matt Damon e Julianne Moore che non deludono le aspettative.

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