Social network: a volte megafono a volte fake

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In un’intervista al quotidiano spagnolo El Paìs, Zygmunt Bauman ha definito i social media “una trappola”. Secondo il parere del sociologo “la differenza tra una comunità e una rete è che a una comunità si appartiene, mentre una rete appartiene a voi. Se ne ha il controllo. Si possono aggiungere amici quando lo si desidera ed è possibile eliminarli allo stesso modo. Si tengono sott’occhio le persone con cui ci si vuole relazionare.
Il risultato è che tutto questo fa stare bene la gente, spiega Bauman, perché la solitudine, l’abbandono, è la paura più grande che affligge la nostra epoca individualistica. Ma è così facile aggiungere o rimuovere gli amici sui social media che le persone dimenticano le regole del comportamento sociale, necessarie quando si va per strada, al lavoro, o quando ci si trova costretti ad instaurare una relazione empatica con le persone che ci stanno attorno. Il vero dialogo non è parlare con persone che credono nelle tue stesse cose. I social media non ci insegnano a dialogare perché in quel mondo è facile evitare le polemiche, quando lo si desidera. La maggior parte delle persone utilizza i social media non per collegarsi e neppure per ampliare i propri orizzonti, ma, al contrario, per rinchiudere sé stessi in una comfort-zone in cui gli unici suoni sono gli echi della loro voce e le uniche cose che vedono sono i riflessi del proprio volto. I social media sono molto utili e piacevoli, ma sono una trappola”.
Ad ogni modo si tratta di una “trappola” che in stato di crisi può rivelarsi utile. Siamo onesti, i social hanno avuto anche il pregio di accorciare le distanze e velocizzare, anche troppo, la comunicazione.
Ultimo caso è stato l’attentato di Berlino del 19 dicembre. Tantissima persone sono riuscite a tranquillizzare i propri parenti e far sapere di essere in salvo proprio grazie all’aiuto di Facebook, Youtube, Skype e l’ormai decadente Twitter. Tantissimi gli appelli online per ritrovare i dispersi, come nel caso dell’italiana Fabrizia Di Lorenzo, ritrovata senza vita.
I social media sono ormai diventati un’importante supplemento alle forme tradizionali di raccolta e diffusioni di notizie e informazioni in caso di emergenze. È indubbio il potenziale come megafono informativo, sia come azione di monitoraggio degli eventi, o come canale di aggiornamento in tempo reale, sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto nelle situazioni di criticità. Soprattutto perché permettono di condividere immediatamente informazioni, sforzi umanitari, richieste di soccorso e consentono di mettersi in contatto con le agenzie responsabili della gestione delle emergenze.
Hanno conquistato un valore così importante da spingere l’Onu a diramare un vademecum, una sorta di guida generale, per l’utilizzo d Facebook e Twitter nei casi di emergenza come calamità naturali o attentati terroristici.
Si è così instaurato un meccanismo senza sosta e virale di comunicazione “dal basso”, che Orson Wells aveva ribattezzato citizen journalism, che ha presto sostituito e integrato i mezzi di comunicazione così detti a senso unico. Terremoti, attentati, catastrofi, riusciamo ad avere sempre il polso della situazione. Ma non solo, come ammette anche Bauman, i social hanno il pregio di unire le piazze, come è accaduto per la primavera araba, egiziana e tra il 2010 e 2011. Tanto da portare molti leader di paesi con governi dittatoriali ad oscurare queste piattaforme online.
Ma torniamo alle emergenze.
Purtroppo, in Italia c’è ancora uno scarso uso dei social da parte delle Istituzioni durante le emergenze, a parte la Farnesina, a fronte invece di una cittadinanza che si mobilita e chiede informazioni e aggiornamenti più veloci. Per questo motivo diventa importante ragionare e cercare di comprendere le tendenze della comunicazione sulle piattaforme social e di microblogging, e l’utilizzo che ne viene fatto per far si che gli Amministratori pubblici e le Ong, riescano nel tempo a preparare strategie di comunicazione delle emergenze efficaci.
Ma il rischio del fake è dietro l’angolo. Le notizie dal basso spesso non hanno fonti certe e quindi bisogna prenderle con le pinze. Una battaglia sostenuta anche da Hilary Clinton quella contro le Fake news, che spesso l’hanno vista coinvolta, tanto da portare l’ex first lady a definirle “un’epidemia che va fermata”.
Vittime delle fake news da social network sono attori come Morgan Freeman, che sarebbe già deceduto diverse volte, ma gode di ottima salute.
Insomma la domanda resta crisi da social network o social network da crisi?

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