La chiamano voglia di libertà. Via dalla Germania Est con ogni mezzo e fantasia

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«Solo chi è privato della sua libertà sa cosa significa voler essere liberi. Chi nasce già libero non sa cosa si prova». A dirlo è Peter Strelzyk. Chi è quest’uomo? Ci arriveremo più in là, ma vi basta sapere che è uno di quelli che in 28 anni di muro, ha scelto di rischiare la sua vita piuttosto che vivere in una trappola.

 

Quando nel mese di agosto del 1961 il muro di Berlino fu eretto dal giorno alla notte (nel vero senso del termine), sin dagli istanti successivi numerosi furono i tentativi di fuga. All’inizio, scossi da un evento così improvviso e spinti da un cordone di sbarramento ancora provvisorio, in molti correvano verso Berlino Ovest. Per esempio, lungo il confine, le case appartenevano ancora alla parte orientale della città, ma il marciapiede adiacente si trovava già in zona ovest. Alcuni residenti riuscirono a saltare dalle finestre delle loro abitazioni, ma ben presto gli ingressi e le finestre furono sigillati e sbarrati.

IL SALTO CONTRO IL POTERE – Il 15 agosto del 1961, appena tre giorni dopo l’inizio dei lavori per erigere il muro, Conrad Schumann, guarda di frontiera di 18 anni, decise di saltare il filo spinato, diventando così il primo disertore della Germania orientale. Peter Leibing, un giornalista della Germania Ovest, riuscì ad immortalare con uno scatto il salto verso la libertà e Schumann divenne, così, un eroe del mondo libero e un simbolo della Guerra Fredda. Ma col passare degli anni e con l’aumentare dei fuggitivi, il muro venne rinforzato sempre più. Dal filo spinato si passò a lastre di cemento che vennero poi rinforzate con torrette e controlli sempre più serrati. Ma per un principio di diretta proporzionalità quanto più si cercava di arginare la fuga, tanto più i dissidenti ideavano soluzioni ingegnose.

TUNNEL 57 – Nel 1964, un gruppo di studenti di Berlino Ovest, guidati dal 25enne Wolfgang Fuchs e dal futuro astronauta Reinhard Furre, organizzarono un piano per far fuggire gli abitanti dell’altro versante, scavando uno dei tunnel più spettacolari di sempre. Diversi mesi per creare un passaggio che da una panetteria nella Bernauer Straße (Berlino Ovest) portava al di sotto del muro e terminava in un gabinetto pubblico in un cortile nella Strelitzer Straße (Berlino Est). Misurava 145 metri di lunghezza e 90 centimetri d’altezza. Ben 57 persone, tra uomini, donne e bambini, riuscirono a fuggire, ma le guardie di frontiera scoprirono il tunnel 42 ore dopo il suo completamento. Quella notte vi fu una sparatoria tra le truppe di frontiera e i collaboratori di fuga, dove perse la vita il sottufficiale delle truppe Egon Schultz, ucciso da un colpo partito accidentalmente da un suo collega.

LA MONGOLFIERA FATTA IN CASA – Immaginate di essere a 200 metri dalla libertà, dalla pace, dalla fine delle vostre sofferenze. Ma ad un passo dal traguardo, piombate nello sconforto. No, non ce l’avete fatta per soli 200 metri. Dopo 34 minuti di viaggio su una mongolfiera rudimentale, Peter Strelzyk (menzionato all’inizio) si accorse di non aver superato il muro. Erano ancora in Germania dell’Est. Ma non si disperò: i suoi cari, assieme alla famiglia Wetzel, nei mesi seguenti, cucirono centimetro per centimetro una nuova mongolfiera fatta con lenzuola e tessuti vari. Era la notte del 16 settembre 1979 e le due famiglie partirono nuovamente. Dopo 28 minuti erano ancora un volta a terra: a causa di una fiammata più alta del normale, si era creata una crepa e quindi avevano perso subito quota. Erano sfiduciati, sapevano di aver impiegato meno tempo del primo tentativo, ma una volta a terra Peter e Gunter Wetzel trovarono un poliziotto che confermò a loro di essere “approdati” in Occidente.

I TRE FRATELLI BENTHKE E LE LORO FUGHE – I genitori di Ingo Bethke lavoravano nel ministero degli interni della DDR, ma lui si sentiva diverso: voleva vedere il mondo. Il 22 maggio del 1975, poco prima di mezzanotte, mentre due guardie di frontiera ridevano raccontandosi delle barzellette, il 21enne decise di superare il confine vicino al fiume Elba, con un materassino d’acqua. Conosceva quel tratto perché era stato lì poco tempo prima come soldato: nel punto più vicino al fiume, a circa 500 metri, tagliò una piccola fessura nella recinzione di ferro, poi con una paletta di legno controllò il terreno ghiaioso dinanzi a lui per scovare e neutralizzare le mine. Grazie alla nebbia non fu scoperto quando un farò illuminò la zona circostante. Lo spavento, poi una nuotata di mezz’ora prima di raggiungere la Bassa Sassonia, prima di raggiungere l’Occidente.

UN FILO, UN ARCO E UNA FRECCIA – Ma Ingo fu il primo di tre fratelli a tentare eroicamente la fuga. Tutti con tre strategie particolari, affascinanti e, rilette oggi, anche divertenti. Holger, più piccolo di Ingo, il 31 marzo 1983 assieme al suo amico Michael Becker riuscì a scavalcare il muro escogitando una specie di funivia che collegava una casa dell’Est ad una dell’Ovest. Per due settimane avevano provato la resistenza del cavo d’acciaio, si allenavano anche con arco e frecce per spedire il filo dall’altro lato del muro, ma per non destare sospetti erano costretti a dire ai curiosi che stavano provando dei numeri per il circo.
Poi, nel giorno stabilito per tentare l’impresa, Holger e l’amico, facendo finta di essere elettricisti, con fili e cavi appesi al collo, salirono in un appartamento in a Treptow. Dall’altro lato, zona Neukölln, suo fratello Ingo aspettava la freccia. Dopo due tentativi falliti, Holger riuscì a scoccare la freccia, ma prima di esultare passo quasi un’ora perché Ingo non riuscì a trovare immediatamente la freccia, rimasta bloccata in un cespuglio.

TI PORTO VIA CON UN AEREO –Egbert Bethke, il più giovane dei fratelli Bethke, voleva emulare il loro gesto, ma col passare degli anni era diventato quasi impossibile attraversare il muro scavalcandolo o scavando un tunnel. Bisognava, quindi, volare!

Così Ingo prese un po’ di lezioni su come pilotare un ultraleggero e successivamente istruì Holger. Poi decisero di vendere il loro bar per comprare due piccoli aerei e cambiarono i motori per renderli più potenti. Il loro primo tentativo, l’11 maggio 1989, fallì. Due settimane più tardi, il 26 maggio, ci provarono nuovamente. Per confondere le guardie di frontiera, avevano dipinto delle stelle sovietiche sui loro aerei. Indossarono uniformi militari e caschi con microfoni e presero il volo. Nel frattempo, Egbert stava aspettando a Treptower Park a Berlino Est, nascosto tra i cespugli, preoccupato di essere scoperto e sparato. Quando vide il fratello Ingo atterrare con il suo aereo, corse verso di lui, si gettò precipitosamente e ripresero quota. Holger, invece, rimase nell’aria osservando la zona circostante. Entrambi volarono ad appena 150 metri sopra il muro, ma nessuno li notò, prima di toccare terra davanti al Reichstag.

SURFANDO VERSO LA LIBERTA’ – Due anni prima, un’altra avventura pazzesca. Dirk Deckert e Karsten Kluender sognavano di viaggiare, amavano il surf, la vela; volevano essere liberi. «Volevo vivere in un paese dove poter fare quello che voglio, non mi dispiacque rischiare la mia vita per la libertà», disse Kluender.

I due vivevano vicino al mare e così pensarono di tentare la fuga surfando fino in Danimarca. Una mattina presto nel novembre 1986, guardarono il mare con le loro tavole da surf pronte. Superarono il confine senza essere visti e si gettarono in acqua. Ma poco dopo la partenza, a Deckert si strappò la muta. Sapeva che sarebbe stato un suicidio continuare nell’acqua gelida, così si diresse di nuovo a riva per riprovare un altro giorno. Nel frattempo, Kluender, ignaro di quello che era successo al suo amico, procedeva per la sua strada. Poche ore dopo, esausto e preoccupato per aver perso la rotta, vide la costa danese. Era convinto che il suo amico fosse stato catturato, ma il giorno dopo, con la sua muta riparata, Deckert tentò nuovamente l’impresa. Dopo sei ore di navigazione vide una barca da pesca danese che stava cercando proprio lui, allertata da Kluender.

Quelle raccontante sono alcune storie di eroi incoscienti, romanticamente liberi e che mai qualcuno ha potuto ingabbiare. Talmente incosciente che Deckert, successivamente, disse: «Se avessi saputo che il muro sarebbe caduto tre anni più tardi, sarei rimasto sicuramente a casa».

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