Il razzismo e il porno. Ancora

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Ana Foxxx sale sul palco degli AVN Awards, premi cinematografici sponsorizzati dalla rivista Adult Video News, con focus sul porno e sui film d’intrattenimento per adulti. Con circa 100 categoria da premiare, gli AVN Awards, nati nel 1984, vengono spesso definiti gli “Oscar del porno”. Ad Ana Foxxx, nota e richiesta attrice afroamericana, le è stato chiesto di presentare alcuni premi come Transgender Performer of the Year, Best Director e Best Comedy. Durante la serata, Ana ha sfoggiato un’acconciatura e un abbigliamento tipicamente africani, con capelli cotonati e un vestito sgargiante e, in un’occasione, ha alzato il pugno spesso associato alle battaglie per i diritti dei neri (storici furono gli atleti Tommie Smith e John Carlos durante le Olimpiadi del 1986). Ma nel video realizzato al termine dell’evento, questa parte è stata completamente tagliata.
Via tutti i riferimenti politici le hanno detto, ma la faccenda non convince e risolleva un annoso e grave problema nell’industria del porno: il razzismo. Sul sito Glamour, la giornalista Lynsey G. ha scritto un lungo articolo nel quale ha raccontato e analizzato le numerose differenze e diseguaglianze tra attrici e attori porno in base al colore della pelle. I problemi sono molteplici e vanno dalla diseguaglianza salariale a una forte stereotipizzazione che porta gli afroamericani e gli asiatici ad assumere stessi ruoli, stessi costumi e un trattamento “impari”, da decenni a questa parte. Nonostante i milioni di soldi, gli interessi delle case di produzione, i siti come PornHub e YouPorn che generano traffico e portano avanti alcune campagne di sensibilizzazione, il razzismo non è adeguatamente affrontato.

Di che stereotipi parliamo? Beh pensate agli uomini afroamericani superdotati o ai ruoli inquadrati delle attrici secondo lavori etichettati come la domestica ispanica o la massaggiatrice orientale. Una cristallizzazione atemporale di gusti e di “classi” che nel porno sembrano resistere più che in altri contesti quotidiani. E che piace ancora. Lo dimostrano le categorie sui siti che oltre alle classiche “Asian”, “Ebony” o “Interracial” vedono nascere sempre più tags come “hood thugs” e “ghetto sluts”, o “tight Asian teens” e “Tokyo souvenirs” tutte con un specifico rimando.
Chelsea G. Summers, in un articolo apparso su Fusion.net, ha intervistato la pornostar Janice Griffith rivolgendole alcune domande sul razzismo nel porno. Per far comprendere subito di cosa si parla, l’attrice si è definita così: «Io sono latina, dominicana, metà-nera, metà-cinese, dipende da quale sito state guardando». Consumatori e produttori utilizzano le categorie per “semplificare”, retaggio dei tempi delle videocassette, ma con la conseguenza di differenziare persone per colore della pelle, riducendo il tutto a mega-scompartimenti dai confini senza senso.

«Per molto tempo, il porno è stato fatto per un pubblico prevalentemente bianco, maschile, etero e cisgender, a cui venivano sostanzialmente predisposte le fantasie sessuali. Quelle fantasie hanno dei grossi problemi, specialmente quando si tratta di persone di colore che, invece di essere partecipi nella creazione delle scene, subiscono e si prestano alle necessità di quelle fantasie», ha spiegato, sempre su Glamour, Mickey Mod, attore porno, attivista e vice presidente dell’Adult Performer Advocacy Committee (APAC), un’organizzazione che si occupa di garantire i diritti dei lavoratori dell’industria pornografica.
Stessi ruoli implicano anche una difficoltà per gli attori a trovare lavoro: questa schematizzazione rende molto difficile la vita agli attori afroamericani, asiatici e ispanici perché i ruoli disponibili sono pochi e sempre uguali. Si vengono, così, a creare nicchie con un giro limitato a tre-quattro attori e, alcuni produttori approfittano di questa situazione, offrendo paghe più basse alle attrici che appartengono a minoranze. Si parla di una paga ridotta alla metà e riguarda principalmente le donne perché, tra gli uomini, questa differenza sembra non esserci.

Mireille Miller-Young, docente al Dipartimento di Studi femministi della University of California a Santa Barbara, spiega che in un certo senso vedere la sessualizzazione delle differenze etniche in un film porno può suscitare comunque un effetto di emancipazione e inclusione nei fruitori che appartengono a minoranze. Soprattutto se l’alternativa fosse l’assenza totale di attori e attrici non bianchi.
L’ottimismo di Miller-Young, però, non trova conferme nelle parole d Vex Ashley, produttrice indipendente. Su Glamour spiega la sua diffidenza: «Il razzismo nella pornografia sembra peggiorare perché i fruitori del porno non lo trattano con lo stesso occhio critico degli altri media. Lo sminuiamo a problema culturalmente inutile e trascurabile, perciò la gente dice cose come: “Che importa? È solo porno”». Un’inquietante banalizzazione.

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