Il calcio e la Cina: noi italiani ci abbiamo capito qualcosa?

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Foto di Nicholas con presentazione libroC’è chi la vede come un’invasione; in pochi, soprattutto in Italia, colgono le tante opportunità. Milano, avamposto del calcio italiano fatto da “mecenati” ha ceduto il trono a gruppi provenienti dalla Cina. Ma l’acquisto delle società al pari delle impressionanti cifre attorno al calciomercato sono solo la punta dell’iceberg di un sistema che lavora sia all’esterno che all’interno dei confini nazionali per elevare e diffondere la cultura del calcio. Ma perché? Ecco alcune riflessioni fatte con Nicholas Gineprini, autore del libro “Il sogno cinese”, blogger di “Blog Calcio Cina” e impegnato nelle cooperazioni tra Italia e Cina.

Partiamo dall’ultima sessione di calciomercato: la Chinese Super League ha speso quasi 220 milioni di euro, dietro solo la Premier League, e considerando che in Cina si chiude a febbraio, potrebbe anche superarla. Da Tevez a Pato, passando per Witsel, Oscar e Ighalo, quale acquisto ti ha impressionato maggiormente? In quanto a età e valore di mercato, mi ha impressionato l’acquisto di Oscar perché ha 25 anni e il suo valore per me non va oltre i 25 30 milioni di euro. E, invece, è stato pagato 60 milioni ed è una valutazione sballata. Lui segna un nuovo step: si abbassa sempre di più l’età degli acquisti “occidentali” che non vanno in Cina solo a fine carriera. Ma il suo impatto è da vedere: non so se questo acquisto può dare un valore in più, ma se Villas Boas riesce a compattare la squadra, lo Shanghai SIPG forse può spodestare l’egemonia del Guangzhou Evergrande che dura dal 2011.

tevezNei giorni scorsi, però, l’Amministrazione Generale dello Sport cinese ha detto “stop” alle spese folli. Come mai e quali saranno i provvedimenti? La motivazione principale è il grosso buco in bilancio. La Chinese Super League, anche in virtù dei nuovi accordi televisivi da 1.2 miliardi di dollari in 5 anni, è la lega con il maggior fatturato, ma l’anno scorso le 16 squadre hanno speso e perso 1 miliardo. E’ un calcio non sostenibile, quindi si pensa di instaurare un salary cup che è più fair play finanziario: a partire dall’anno prossimo, le squadre semplicemente no
n possono essere in perdita. Inoltre è prevista una tassazione ulteriore sugli acquisti oltre i 30 milioni di euro e questi soldi andranno per lo sviluppo del settore giovanile. Quindi anche se può sembrare un rallentamento degli investimenti in realtà hanno aumentato il budget per lo sviluppo interno.

Sviluppo interno: c’è un piano per accrescere il valore del calcio in Cina? Il piano principale è quello di radicare il calcio nella cultura popolare e non è così ovvio: a Pechino e a Shanghai, per esempio, non c’è un campetto da calcio. Sulla frontiera c’è più attitudine, nelle grandi città questo non avviene. Quindi la Cina vuole portare il calcio come materia scolastica in 20mila scuole nel 2020, in 50mila nel 2025. Ma non c’è un personale qualificato e, oltre alla riforma sul calcio, ci dev’essere una riforma anche sull’educazione fisica perché in Cina è molto centrata sull’individuo e non sul concetto della collettività. Un altro aspetto importante è la promozione della salute perché in Cina l’obesità giovanile sta raggiungendo quote preoccupanti.

Quella che deve cambiare è, dunque, la mentalità dei cinesi nel rapportarsi al calcio. Oltre all’educazione scolastica dei singoli ragazzi, bisogna lavorare sulla società. Come? Negli anni ’80 il calcio cinese era d’elite, si giocava nei college; nello stesso periodo in Giappone c’era “Holly&Benji”, che è stato determinante per plasmare i più piccoli. Anche per questo in Cina di recente è stato presentato un progetto simile e questo servirà per diffondere la cultura di massa. Il problema sono i genitori: a Singapore, città-Stato con cultura cinese, i campi di alcune academy dovranno rimanere chiusi per diverse ore perché chi sta vicino non sopporta i rumori; “mio figlio non riesce a studiare”, si sente dire. Adesso il calcio non è visto come opportunità di carriera, però è anche vero che pian piano stanno venendo fuori genitori che vogliono che suo figlio diventi come Cristiano Ronaldo. I cambiamenti in Cina sono molto più rapidi, c’è da capire se la direzione è giusta, altrimenti c’è il rischio che sia troppo brusca.

Hai introdotto il tema delle academy, progetti interessanti e solidi per la crescita futura del calciatore. In che cosa consistono? L’academy più famosa e importante è quella del Guangzhou con 3000 studenti tra elementari, medie e superiori e seguiti dagli allenatori delle giovanili del Real Madrid. Ma diciamo che quasi tutti i club hanno delle valide strutture giovanili, dallo Shanghai SIPG – sorto dall’accademia di Xu Genbao, pioniere del settore – allo Shandong Luneng, il club di Graziano Pellè che ha il settore giovanile più sviluppato e forte. Sono convinto, però, che il campione cinese emergerà all’estero: in Spagna, forse, attraverso il programma della Dalian Wanda (che sono, tra le altre cose, i proprietari dell’Atletico Madrid) che è quello di portare 180 giovani calciatori cinesi nei “Colchoneros”; oppure in Brasile, dove il Guangzhou aprirà un distaccamento dopo averlo già fatto in Olanda e in Spagna o come sta facendo l’Under 18 del Shanghai SIPG con un programma annuale per formarsi proprio in Brasile. Attualmente non c’è una grandissima formazione da parte loro e c’è un problema che riguarda la loro cultura e la lingua cinese: il cinese dev’essere imparato tutto a memoria, quindi va ad alterare abilità cognitive per un pensiero fantasioso e risolvere difficoltà non lineari.

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Eccoci di nuovo in Europa: Inter e, come sembra effettivamente, Milan saranno controllati da gruppi cinesi come succede con diversi club in Inghilterra, Spagna e Francia. Perché gli imprenditori cinesi hanno iniziato a investire nel calcio? Tutto in Cina si muove per influenza della politica, quindi gli investimenti che fanno in Europa sono mirati. Prendiamo come esempio il gigantesco progetto della “Nuova via della seta”: per via terrestre, si creeranno zone di libero scambio di materie prime, cooperazioni e grandi progetti infrastrutturali che dalla Cina passano in Medio Oriente per arrivare in Europa, fino in Francia e Spagna. Per via marittima, invece, si scende per il sud-est asiatico, si passa per l’Africa e si arriva al porto del Pireo, in Grecia, e quindi nel mar Mediterraneo. Tra i grandi progetti infrastrutturali ci sono gli stadi costruiti in Gabon per la recente Coppa d’Africa con il paese africano che versa il petrolio in direzione della Cina. Nel 2019, gli stadi in Camerun per la prossima edizione della coppa africana saranno sempre gestiti dai cinesi, ma anche quelli del Mondiale del 2022 in Qatar perché l’obiettivo è tirare dentro anche questo Paese per lo scambio di materie prime e quindi petrolio.

Attualmente sono 21 le squadre in Europa controllate da società cinesi: il primo club acquistato è stato l’ADO Den Haag in olanda nel 2014, il Southampton e il Milan, tra i nomi più altisonanti, potrebbero essere i prossimi. E sono acquisizioni che hanno tutti a che fare con motivi politici o di business: il consorzio cinese che ha rilevato il Nizza gestisce catene alberghiere filo-francesi; il gruppo Suning, proprietario dell’Inter, aprirà i propri negozi in Italia e successivamente in Europa proprio attraverso il calcio. Con il Southampton saranno sei i club inglesi acquisiti dal cinesi nel dopo Brexit: è la cosiddetta “post Brexit deplomacy”, attraverso la quale, la Cina vuole tenere ben saldi i rapporti con l’Inghilterra. E non è un caso che i gruppi cinesi stiano puntando ai club delle West Midlands, l’area di Birmingham e di Wolverhampton, perché è una zona che sarà attraversata dalla High Speed 2 (HS2), una linea ad alta velocità.

oscarEppure in Italia, i tifosi sembrano essere contrari. Dai sceicchi ai “paperoni” russi fino ai cinesi, vedono il loro calcio sempre più saccheggiato. Quali sono gli sviluppi? L’Italia non c’è sia a livello calcistico che in ogni altro aspetto. Nei social media cinesi, la lega di Seria A non ha un profilo ufficiale ed è indietro anche a Scozia e Olanda. Ora Milan, Inter e Juventus si stanno muovendo discretamente, ma a livello di follower sono molto distanti, meno del Wolfsburg, per dire. Manchiamo a livello di branding, ma un’ulteriore aggravante sono le televisioni: perché l’Italia ha 319 ore di trasmissione all’anno in Cina, Liga e Bundes vanno da 1.400 a 1.600, la Premier League oltre 3.000 ore. Questo perché Manchester City – Manchester United si gioca alle 12.30 in Inghilterra e che sono le 19.30 in Cina, quindi tutti riescono a guardarla; da noi il derby tra Milan e Inter si gioca di sera, quando a Pechino sono le 3.45. Il calcio è lo specchio del paese: nell’export di vino noi siamo metà di Cile e Australia, avremo il vino buono, ma sugli scaffali dei supermercati cinesi non c’è. Noi non siamo nel futuro e il calcio dev’essere un mezzo per fare questo: stiamo perdendo la possibilità di entrare nel mercato più numeroso e ricco del mondo.

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