Fondazione Feltrinelli: il Nuovo Rinascimento di Milano

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Fondazione Feltrinelli:
Forse perché non siamo mai stati così precari, come dice il figlio Carlo. O forse perché l’entusiasmo e l’umiltà sono gli ingredienti indispensabili per ripartire, come sosteneva papà Giangiacomo nel 1961, quando inaugura la sede dell’Istituto Feltrinelli a Milano, nata come Biblioteca nel secondo dopoguerra. Nel 1974 sarebbe diventata la Fondazione che, in questi giorni, si trasferisce nella nuova avveniristica sede di Porta Volta. Il capoluogo lombardo racchiude in sé entrambi gli elementi enunciati dai Feltrinelli: l’entusiasmo, l’ottimismo, la freschezza giovanile che oggi fa rima con “smart” e “start up”, quella società liquida e flessibile che nel capoluogo lombardo sembra vincere la precarietà di questo mondo, di quell’altra parte d’Italia che sembra non farcela, che arranca, che si sente esclusa e guarda spettatrice non protagonista, fuori dai cancelli, allo spettacolo che va in scena alla Prima della Scala. Solo che a Milano sant’Ambrogio va oltre il 7 dicembre e sembra innestarsi oltre le dimensioni spazio temporali, oltre i confini di un Paese di cui sembra ostaggio più che motore.
Ed è qui in viale Pasubio, tra piazza XXV aprile e piazzale Baiamonti, che svettano le due piramidi di vetro, progettate dagli architetti svizzeri Jacques Herzog e Pierre de Meuron, quasi a voler fare da guscio protettivo all’impressionante patrimonio artistico custodito nei due piani sotterranei: oltre 200mila volumi, un milione e mezzo di manoscritti, 17.500 collezioni periodiche, diecimila manifesti. Più su, nei cinque piani, ci sono la grande libreria-caffetteria, gli uffici e i laboratori di ricerca, una sala lettura e lo spazio eventi.
Tra le numerose persone accorse all’inaugurazione, in quella lunga coda che sfida il freddo gelido del dicembre meneghino, in quell’aria natalizia che non è solo shopping e grandi magazzini, sembra di respirare l’entusiasmo invocato da Giangiacomo Feltrinelli più di 50 anni fa da colui che ebbe l’intuizione della casa editrice e la cui storia, tra impegno politica e ardore per la cultura, «appartiene a un’Italia che non c’è più», come ha scritto Enrico Deaglio. O forse appartiene a un’Italia che vuole tornare a riscoprire la sua anima primordiale di culla del Rinascimento. Ne occorrerebbe un ulteriore, un 2.0 che parta dalla “Milano all’avanguardia”, per prendere in prestito le parole del presidente Mattarella, che vada oltre “il narcisismo di un tweet”, nel pensiero di Carlo Feltrinelli.
Nei corridoi che si affacciano tra gli scaffali addobbati di libri, sfogliando la carta ingiallita di un volume che non passa di moda, isolati dal caos quotidiano che inghiottisce e divora qualsiasi pausa dal mondo, queste due piramidi di vetro riportano tutto a casa, per citare un album del neo premio nobel alla Letteratura. Lì dove di cultura si dovrebbe mangiare, a Milano come a Palermo, in quest’Italia orfana di se stessa, della sua storia che annienta anche il suo futuro.

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