Davide Agnolazza: Idomeni e la storia di una radio pirata

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DIMITAR DILKOFF/AFP/Getty Images

 

“Primavera 2016: Ungheria, Serbia e Macedonia decidono arbitrariamente di chiudere i loro confini in faccia a chi scappa dalla Siria, interrompendo la rotta balcanica che collega Europa ad Asia. Così decine di migliaia di persone restano nella terra di mezzo tra Medio Oriente e Nord Europa: la Grecia. Ed è sul filo spinato che divide la Grecia dalla Macedonia, che inizia questa storia. Ad Idomeni, un piccolo paese di frontiera”. Davide Agnolazza, operatore sociale, inizia così la sua relazione al Tedx Taranto “sulle nuvole viaggiano le idee”, la prima edizione di Ted nella città pugliese.

In una tendopoli improvvisata dove più di quindicimila persone vivono nella speranza di poter passare il filo spinato che li divide da amici e parenti, riusciti ad andare oltre qualche giorno prima della chiusura dei confini, nasce la prima radio pirata, radio noborder. Iniziò a trasmettere il 31 maggio 2016. Due settimane dopo ci sono gli arresti degli attivisti, poiché trasmettere viene considerata pratica illegale. Ma l’idea ormai viaggia sulle sue gambe e si diffonde nel mondo. Radio noborder diventa un progetto itinerante sulle migrazioni, che si sposta tra Italia, Europa e Medio Oriente. E così nasce una piattaforma aperta a chiunque abbia voglia di continuare questa narrazione collettiva (http://radionoborder.net/about/).

Quando è nata l’idea di una radio pirata ad Idomeni?

“Era notte fonda e con tanti attivisti, venuti da ogni parte per dare una mano, ci trovavamo in una grande tenda. Una tenda che di giorno era un ufficio legale indipendente e di notte era la nostra casa. Si discuteva come sempre di cosa fare il giorno dopo. Dominavano stanchezza, mancanza di fiducia. ‘Ragazzi perché non facciamo una radio? Sì una radio, una stazione radiofonica. Con le antenne ed i ripetitori, la mettiamo dentro la tenda, l’accendiamo e cominciamo a trasmettere. Facciamo radio Idomeni. Prendiamo attivisti, volontari, rifugiati’. Così abbiamo iniziato le nostre trasmissioni in un campo profughi a 20 km da Idomeni, dopo che questo era stato spazzato via dai buldozer della polizia. Senza esperienze radiofoniche rilevanti, non sapevamo né che stavamo facendo né come. Un’antenna montata su una canna da pesca trasmetteva su una frequenza pirata sui 95.00 in onde medie. Una parabola satellitare, puntata verso il cielo, mandava le trasmissioni in diretta su internet ed un enorme altoparlante posto al centro del campo, disturbava prepotentemente la quiete pubblica mandando per ore interviste, interventi, storie, musica”.

Come si è evoluto il progetto?

“Attorno alla radio è nata una comunità. La costruzione dei contenuti avveniva con metodi condivisi, come una sorta di redazione. Ciascuno pian piano trovava il suo ruolo. C’erano i tecnici, gli speaker, i traduttori, i dj. Ai microfoni della radio si alternavano decine di persone ogni giorno. La narrazione del fenomeno così diventava attiva, autogestita, pura”.

Come si approcciavano i migranti all’utilizzo della radio?

“La vivevano come un karaoke all’inizio. L’unica cosa che volevano fare era mettere musica, perché la radio noi la facevamo sempre con un altoparlante in modo tale che chi ci stava intorno in un raggio di qualche centinaio di metri sapeva cosa stesse succedendo. Quando hanno iniziato a capire che la radio, al di là dell’altoparlante, andava in internet, allora hanno cominciato a raccontare le loro storie. Molti di loro erano stati intervistati dai giornalisti e dalla tv ma si affacciavano a questi media come fossero in posa. Con la radio tiravano fuori la loro personalità”.

È cambiata la radio dalle origini ad oggi, guardando al diverso approccio ai migranti?

“I contesti hanno cambiato il racconto. Quando avevamo a che fare con profughi che arrivavano da un conflitto come quello siriano, in Grecia, il loro racconto era un racconto di protesta per il confine chiuso, protesta verso l’autorità che non gli permetteva di raggiungere la loro destinazione. Con i migranti africani vittime del caporalato in Sud Italia, abbiamo trovato persone stabili, che non avevano intenzione di proseguire il cammino. Un racconto a volte di riscatto, altre di estrema tristezza perché narravano dei ghetti, dell’estrema povertà in cui vivevano. Con i profughi palestinesi in Libano, era il racconto della protesta continua contro la morsa israeliana. Un racconto di ricostruzione in Iraq, appena finita la crisi di Mosul”.

Adesso che fai?

“Sono in Grecia, lavoro come responsabile logistico di un campo profughi finanziato dall’Onu ma gestito da una organizzazione non governativa italiana indipendente. Mi occupo di casi di estrema vulnerabilità”.

Rispetto a quando hai iniziato, ad Idomeni, cosa è cambiato in Grecia?

“Tutti quelli che sono arrivati ad Idomeni non avevano intenzione di fermarsi in Grecia. Volevano andare in Nord Europa. Chi non è riuscito a passare i confini è stato deportato nei campi militari e sono entrati nella lunghissima macchina dell’accoglienza europea, facendo domanda chi per l’asilo, pochi, molti per il ricongiungimento familiare e tanti per la rilocation, che è stata una specie di lotteria in cui l’Europa con la ripartizione, decideva dove mandare persone. Adesso in Grecia ci sono richiedenti asilo proprio in Grecia. Hanno capito che non c’è speranza di andare da nessun’altra parte se non hanno soldi per pagare un trafficante”.

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