Damien Hirst. Il valore del personal branding.

Comments (2) Art & Culture

Damien Hirst fa parte di quella ristrettissima elitè di artisti viventi conosciuti anche da chi di arte non se ne interessa, alla pari di Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan o Marina Abramovic. Sono artisti che hanno la capacità comunicativa che va oltre l’opera di cui sono creatori. Hanno il dna magnetico, quello che fanno, in un modo o nell’altro, richiama l’attenzione dei media. Riguardo ai media appunto, la particolarità è che le testate interessate a parlare di un artista come Hirst non sono tanto quelle di settore, per le quali sarebbe finanche banale parlare di Hirst, ma le testate di massa. Di Hirst ne parlano i telegiornali delle reti televisive generaliste come non è mai capitato prima. La domanda è: perché? La risposta è che Hirst non è solo un fantastico artista, ma un fenomeno sociale e mass mediatico. Hirst è un concetto che trascende la sua forma umana ed artistica, per diventare un interrogativo interiore ad ognuno di noi.

 

Hirst è interessante più di quello che fa.

È come il Jhonny Depp nel cinema, è più interessante lui del film.

Pensiamo per esempio di chiedere ad un amico se conosce Hirst e poi di citarci il nome di una sua opera, che non sia semplicemente la descrizione di un animale in formaldeide. Oppure pensiamo a quanti che conoscono Hirst se poi sanno qualcosa delle sue idee, della spin o della spot painting art?

Tra i tanti che hanno sentito il nome di Hirst, solo pochi interessati a questo campo capiscono il suo lavoro, gli altri sanno solo che si tratta di un nome importante e questo è quello che poi nel profondo fa davvero valere le sue opere e tutto ciò che tocca. Perché il valore di Hirst ha appunto trasceso il valore delle sue stesse opere, per cui non è nemmeno più importante sapere ciò che fa per sapere che vale.

Ma perché è accaduto tutto questo?

Hirst oltre ad essere un intelligentissimo artista, cosa che non discutiamo qui, ha fatto sin dall’inizio della sua carriera due cose veramente importanti per il suo personal branding: ha fatto opere che lavorano su concetti basilari per ognuno di noi, che incosciamente toccano tutti, interessati di arte e no, come sono appunto i suoi lavori sulla morte o sulle dipendenze, in secondo luogo, ma altrettanto importante è che ha iniziato parallelamente l’attività di imprenditore collaborando continuativamente con agenzie di comunicazione e branding tra cui la stretta relazione lavorativa avuta negli anni novanta con Charles Saatchi.

Diciamocelo chiaramente, Hirst è più pop degli artisti pop. Gli artisti pop, ricordando che pop sta per popolare, sono stati per certi versi poi più snob dei loro predecessori, mentre Hirst ha fatto un’arte che parla di concetti popolari e non si è nascosto sotto un’aurea radical-chic lontana dal grande pubblico, ma anzi si è esposto pubblicamente sulle riviste di mezzo mondo in carne e ossa senza alcun rimorso.

Hirst da questo punto di vista potrebbe essere persino ritenuto superficiale da qualche integralista del vivere artistico, per il fatto che Hirst fa arte di facile impatto sulla massa, usa la morte, i colori e la pubblicità con la massima disinvoltura.

Ma ricordate, come diciamo sempre a dispetto delle filosofie austere e delle teologie intoccabili: le cose superficiali sono di gran lunga migliori, perché hanno il coraggio di farsi toccare.

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