Dal Colosseo al Ponte di Rialto: quando il restauro è affare privato

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Il primo a intuirne le potenzialità è stato Totò nel celebre sketch della fontana di Trevi nel film “Totòtruffa 62” in cui cerca di vendere l’opera del Bernini a uno sprovveduto italoamericano. Di cessione, certo, non è il caso, ma la collaborazione tra pubblico e privato nella gestione dell’enorme patrimonio artistico italiano può costituire un esempio virtuoso, al netto delle solite lungaggini burocratiche, di rilancio strategico di quello che dovrebbe essere il punto di forza del Pil nazionale assieme alla dieta mediterranea.
Per decenni, se non addirittura secoli, la bellezza intrisa di storia e architettura dei monumenti di casa nostra appassiva lentamente nell’indifferenza di un soggetto pubblico più preoccupato a spendere e spandere che non alla cura oculata delle sculture e dei siti di interesse nazionale. Quando il rubinetto delle casse statali ha iniziato a gocciolare, in un’Italia che cadeva a pezzi, si è fatto di necessità virtù con l’ingresso delle organizzazioni private, certificato negli ultimi tempi dal ministro dei Beni culturali Franceschini, che tanto si è speso per il mecenatismo culturale. Così è nato l’ArtBonus che prevede detrazioni fiscali fino al 65% a chi investe nel restauro e nella ricostruzione dei monumenti (provvedimento esteso recentemente anche agli immobili colpiti dal terremoto), così si muove un decreto voluto dallo stesso ministro che permette la gestione senza fine di lucro di quei musei e di quelle opere pubbliche chiuse per mancanza di personale o poco valorizzate.
Gli esempi sono numerosi, nella sola capitale si può fare un vero e proprio tour: dal gruppo Della Valle con il Colosseo, a Fendi con la Fontana di Trevi e Bulgari con Piazza di Spagna. A Milano l’Expo 2015 ha innescato, tra gli altri, il recupero di 15 monumenti, come quello dell’imperatore Costantino o la statua di Leonardo in piazza della Scala. A Recconigi, meno di un mese fa, è tornato alla luce il fregio monumentale del Castello mentre a Venezia si cercano sponsor privati per la valorizzazione di alcuni dei suoi gioielli, come il ponte di Rialto e quello dell’Accademia.
Un fenomeno in continua ascesa del quale si è occupato anche il New York Times in un articolo del luglio 2014 (https://www.nytimes.com/2014/07/16/arts/design/to-some-dismay-italy-enlists-donors-to-repair-monuments.html?smid=tw-nytimes). Porre il proprio brand accanto a quello di un monumento conosciuto in tutto il mondo diventa così molto appetibile per le multinazionali che decidono di investire. Certo, dietro l’angolo, trattandosi di vicende italiche, c’è sempre il pericolo di interessi particolari che prevalgono su quelli della comunità, ma questo è un altro discorso. Il nodo più difficile da sciogliere, infatti, resta legato alla manutenzione che richiede un’attenzione costante per via dell’usura del tempo, dell’incuria o, più frequentemente, dell’inciviltà di turisti e residenti.

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