A chronicle of a pilgrimage to Liverpool

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«This is not here» è scritto sulla porta d’ingresso mostrata nel video di Imagine e riprodotta all’interno del Beatles Story. Ma, appena sbarcati al Liverpool John Lennon Airport, si ha la sensazione che “This must be the place”, come cantavano i Talking Heads, dev’essere questo il posto.

La città inglese affacciata sul fiume Mersey, che sfocia nel mare d’Irlanda, celebra i 50 anni di Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band, l’album più importante della storia della musica del Novecento, che ha proiettato il pop in una nuova dimensione della cultura popolare, elevandolo ad arte visionaria e immaginaria. Liverpool è la città dei Beatles, ogni mattonella parla di loro, in ogni angolo di strada è possibile ascoltare le note di un loro successo, senza dover per forza arrivare a Penny Lane o Strawberry Field. Lì ci sono ancora la bottega del barbiere e la banca cantate da McCartney o la leggendaria cancellata verde e rossa che delimitava il parco in cui Lennon giocava da bambino.

Mathew Street è la strada del Cavern, il celeberrimo locale in cui i Fab Four vi hanno suonato 292 volte, come più volte rivendicato tra le mura all’interno. Ma più che una strada assomiglia a una macchina del tempo visto: ogni metro quadrato è occupato da pub e locali in cui risuonano le note che hanno cambiato la storia di diverse generazioni e del mondo intero. C’è spazio per i Beatles prima dei Beatles, ovvero Elvis, Chuch Berry, Bill Haley ed Eddie Cochran ma non solo, visto che è possibile ascoltare, non senza alienante scoramento, anche una hit dei giorni nostri come Despacito. Questo salto nel passato termina all’incrocio con North John Street, in cui, oltre all’ennesimo Beatle Store dedicato questa volta al Sergente Pepe, fa capolino l’Hard Day’s Night Hotel, ispirato alla storia del gruppo con le statue dei quattro che si affacciano dalle finestre del primo piano.

Proseguendo verso Albert Dock, la zona portuale, punto di forza dell’economia locale fino al tornado della Beatlemania, le acque del fiume Mersey si riflettono sui grattacieli di epoca moderna, che si mischiano a costruzioni di chiaro stampo vittoriano. Sul lungomare di Liverpool la striscia dei musei (il Tate Gallery, il Mersey Side Maritime Museum, lo stesso Beatles Story) interrompe la parte più commerciale e turistica della città, costellata di chioschetti a fish and chips, centri commerciali, un nuovo negozio a tema sul gruppo che si affaccia su Pier Head. Qui nel 2015 sono state inaugurate quattro statue dedicate a John, Paul, George e Ringo, meta incessante di pellegrini del rock per la foto di rito, un po’ come accade a Londra sulle strade di Abbey Road.

Poco distante, vi è il punto di partenza del Magical Mystery Tour, l’autobus addobbato sui colori dell’omonimo album pubblicato dopo Sergeant Pepper. In due ore, questo pullman giallo scorrazza per la città nei punti nevralgici della storia del gruppo: le case dei Fab Four, Penny Lane e Strawberry Field, la chiesa di San Peter a Woolton in cui nel 1957 avvenne il primo incontro tra Lennon e McCartney (e nel cui cimitero all’interno c’è la tomba di Eleanor Rigby), la scuola d’arte frequentata dalla band fino al Cavern Club. Capitolo a parte meritano le due abitazioni private di Lennon e McCartney, oggetto di un itinerario organizzato dal National Trust, un circuito britannico a protezione dei siti di interesse culturale. Questo particolare tour assomiglia quasi a una visita alla mangiatoia di Betlemme, con le guide che si prodigano nel mostrare le varie stanze delle case, comprese quelle in cui i due componevano i primi successi come Love Me Do.

Come ha scritto Ringo Starr nella canzone dedicata alla sua città: «Liverpool mi hai lasciato, ma io non ti ho mai lasciato veramente». E’ un po’ quello che accade a chi fa un viaggio nella città del fiume Mersey, anche a 50 anni di distanza.

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