Christchurch, dal terremoto alla rinascita. Grazie all’amore di un uomo per la street art

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L’arte del ricostruire. Anzi, la street art del ricostruire. All’arte urbana, con tutte le sue varianti, le si è sempre attribuito un qualche ruolo da “re Mida” come se, magicamente, una spruzzata di vernice più o meno concettualizzata cambiasse, in meglio, l’esistenza di un quartiere, di una periferia. La street art che riqualifica, una delle espressioni più gettonate e, allo stesso tempo, vuote di concetto. Ragionamento fallace. Quando, però, si parla dell’arte del ricostruire nella città di Christchurch, esploriamo uno scenario leggermente differente, dove l’estro artistico si è messo a disposizione della comunità per lasciare un segno, non solo di vernice.
Christchurch è la più grande città dell’Isola del Sud in Nuova Zelanda; ha più di 360mila abitanti e una duplice fondazione. Nel 1850, quando un giovane tory inglese, John Robert Godley, cercò plasmare la sua visione di una società in cui chiesa e nobiltà convivessero in armonia (visione ben presto naufragata). La seconda fondazione è più recente, febbraio 2011. Forzata, molto sofferta e dolorosa. Il 22 febbraio, alle ore 12.51 locali, la terra tremo: un terremoto di magnitudo 6,3 che, a causa dell’epicentro non distante dalla superficie, danneggiò molti edifici, compresa la cattedrale cittadina. Alcuni furono gravemente danneggiati, altri crollarono del tutto. Il numero dei morti oscilla tutt’oggi anche perché ci sono state scosse successive: si parla di 185, 186 o forse più e migliaia di feriti.
Dagli edifici sacri e civili che emulavano l’architettura dell’Inghilterra vittoriana a cumuli di cenere, detriti, squarci sulle pareti e nei cuori degli abitanti. Dagli splendidi giardini botanici all’appassire della vita. Ma dissipata la polvere che inquinava l’aria, gli abitanti hanno nuovamente respirato la voglia di ripartire. Trascinati anche dal colore della street art. Christchurch è un bel vestito che ha ancora qualche toppa di troppo: ci sono aree con macerie depositate, altre zone in ricostruzione, bulldozer in funzione e così via. E di toppa in toppa, la street art sembra ricucire la città e tenere ben unito e raffinato il vestito, a distanza di sei anni dal terremoto. Lonely Planet, la casa editrice australiana di guide turistiche, ha inserito Christchurch tra le 39 città più ricche di interventi artistici urbani assieme a Berlino, New York, Londra e così via.
Le storie sono fatte di uomini. Questa ha come protagonista un folle, anzi, come lui stesso ha detto, un ossessionato. Si chiama George Shaw e, in buona sostanza, è il promotore (anche grazie a una serie di festival come “Oi You” e “Spectrum”) della frizzante esplosione culturale che ha inebriato Christchurch. Shaw è un uomo che ha abbondantemente superato i 50 anni, nato e cresciuto in Inghilterra si è appassionato alla street art (anzi, ossessionato, come detto) per pura casualità: nel 2005, ha acquistato, per una festa nelle Midlands inglesi, una camicia eccentrica con due volti coperti da maschere anticontaminazione realizzati con lo stencil sul lato posteriore. Senza saperlo, stava indossando un’acerba opera di Banksy. Lui e sua moglie, così, hanno iniziato a cercarlo, a informarsi, insomma, si sono lasciati ammaliare dalla sua arte. Dalla curiosità sono arrivati a collezionare le sue opere: un’autentica infatuazione che li ha portati a vendere la loro prima macchina e poi la seconda per potersi finanziare. In tutto, ora, hanno 22 opere dell’anonimo artista di Bristol. Ma non è tutto.
Nel 2009, Shaw ha visitato la Nuova Zelanda con sua moglie e le sue due figlie: «Ci siamo innamorati del posto. E’ stato uno di quei crocevia che ciascuno di noi ha nella propria vita. Siamo persone abbastanza avventurose, così abbiamo deciso di venire a vivere qui». Più precisamente a Nelson. Due anni più tardi, in occasione della Coppa del Mondo di rugby, il Consiglio comunale di Nelson ha chiesto a Shaw il permesso di realizzare una mostra con la sua collezione di Banksy: più del 40% della popolazione è andata a vedere l’esposizione e questo, dopo una serie di altri interventi nelle città neozelandesi, è stato il trampolino per pensare a qualcosa di grande. Proprio a Christchurch con il primo street art festival nel 2013, come detto, “Oi You”.
Il primo, emozionante e impattante, intervento è stato realizzato dall’artista australiano Ian Strange con il progetto “Final act”: è intervenuto su alcune delle 16mila case della cosiddetta zona rossa che, dopo il terremoto, sono rimaste inabitate e prossime a essere demolite. Un’installazione toccante per chi lì è cresciuto, come si può vedere in questo video:
VIDEO INSTALLAZIONE IAN STRANGE
Il resto, verrebbe da dire, è storia. Basta alzare lo sguardo, camminando disorientati per le strade della rinata città neozelandese e perdendosi ammirando la bellezza delle varie opere. C’è Seth, c’è Roa, c’è Owen Dippie, c’è Seb Humphreys, c’è Adnate, c’è Sofles, c’è Vexta e ce ne sono tanti altri. Talmente tanti che Lindsay Chan, l’ultima in ordine di tempo a lasciarsi trasportare dalle vibrazioni della città, ha deciso di realizzare una mappa interattiva. Si chiama “Watch This Space: Christchurch Street Art” (HERE) e raggruppa tutte le opere (si va oltre i 100) tra street art e graffiti puri anche precedenti al terremoto del 2011. Quella della ragazza nata a San Francisco non è una mera raccolta di dati e nomi: strada per strada ha cercato le opere, ha contattato gli autori per conoscere l’anno di creazione, l’idea alla base. Ah, anche lei, in un’intervista, spiegando il suo lavoro, ha parlato di ossessione. Ancora una volta.

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