The Hottest Brands, Museums!

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Che Zeus mi fulmini se non è vero che oggi anche i musei sono dei brand. Il mercato b2c e il mercato delle comunicazioni soprattutto funzionano seguendo le logiche del branding e dato che i musei per rimanere attivi, creando mostre e attività culturali necessarie allo sviluppo della società, devono avere introiti che glielo permettano, non possono esimersi da comunicarsi e meglio se con una brand identity capace di sottolinearne le virtù. L’apertura di un museo o di una galleria oggi vale quanto l’evento più importante in città e come non capita spesso forse lo è realmente, perché è realmente importante averli.

I musei attirano anche tanto turismo per la città, ne aumentano il valore e creano (si spera) un tessuto sociale migliore. Detto questo passiamo a vedere come funziona il brand di un museo.

I musei internazionali più importanti legati all’arte moderna e contemporanea hanno una peculiarità fondamentale rispetto ai musei più antichi… rullo di tamburo… non importa per il loro branding in quale parte del mondo si trovino.

L’arte moderna non è legata al territorio e se anche i musei, in quanto mezzi divulgativi di cultura e stabili concreti che intervengono nel tessuto urbano di una città in maniera attiva e spesso preponderante nel quartiere in cui sono ubicati, nel loro brand questo non conta minimamente.

Diciamo che il branding e il mercato museale ha vissuto negli ultimi dieci-quindici anni una vera e propria rivoluzione. La rivoluzione data dalla necessità di capitali privati per far riemergere un’attività, quella di andare alle mostre e nei musei che per troppi anni era andata in declino, che non ha portato solo nuova liquidità, ma anche una nuova mentalità e una tipologia di concorrenza che a nostro avviso ha fatto tanto bene al settore.

Oggi anche il museo deve essere figo, perché altrimenti sai che noia. Il museo è sempre un po’ più Dinsey Land, con i suoi ristoranti e shop a tema. Bene, molto bene, al contrario di quello che si possa facilmente pensare, se questo serve a portare più persone ai musei sarà ottimo per due motivi facilmente comprensibili: in primis ci saranno più soldi per la cultura e l’arte che come sempre sono fondamentali, in secundis più persone vanno nei musei, più statisticamente ce ne saranno che si interesseranno all’arte e alla cultura in maniera anche più approfondita.

Detto ciò, per capire questo nuovo trend dobbiamo dividere i musei in due tipi.

Sostanzialmente esistono i musei storici che hanno una brand identity legatissima al territorio e alle loro vicende storiche. Per esempio gli Uffizi non possono avere una brand awareness non legata a Firenze, il Louvre non può che essere legato a Parigi, il Victoria&Albert a Londra e via via… Questi musei, a meno di gravissime crisi politiche ed economiche legate ai loro paesi sono talmente forti a livello di brand awareness e sono talmente legati alla città d’appartenenza che è quasi impossibile non visitarli se si capita in città e di conseguenza difficilmente hanno problemi di affluenza o di potenza comunicativa, dato che molta della comunicazione per loro la fanno le migliaia di persone che si fotografano e mettono on line i loro scatti dentro o di fronte al museo.

Si tratta di qualcosa tra un museo e un monumento. Ricordate, non stiamo parlando del valore intrinseco di queste istituzioni, noi parliamo del brand, per cui in questi casi quello che vogliamo farvi capire è che non esiste poi molta differenza a livello di brand awareness tra il Louvre di Parigi e il Colosseo di Roma per intenderci. Certo anche queste istituzioni hanno sempre bisogno di politiche a sostegno, anche di branding, ma non è il caso che trattiamo qui.

In questo articolo vi spieghiamo come ha funzionato il branding dei musei con la M all’inizio del nome per intenderci, anche se non tutti lo sono. Allora Il Moca, il Mambo, il Maxxi, il Met, il Mudec, l’Mca, il Mamac, il Mac, il Cam, il Mass Moca, l’Ivam, ma anche il Moma, la Tate e i Guggheneim (escluso Venezia) etc etc etc… cosa hanno in comune? Tutto. Sono la bellezza dell’arte nel mondo globalizzato, sono musei in cui la brand identity è totalmente dislocalizzata, cioè è posta in luogo che non si sa dove è, sono “non-luoghi” che stanno nel “non-spazio” dove quindi può accadere di “Tutto”. Facciamo sempre un’esempio con il Louvre per capire facilmente di cosa stiamo parlando. Il Louvre è a Parigi e non sarebbe il Louvre se fosse a Berlino. La Tate Gallery di Londra potrebbe essere anche a Berlino, a Dublino o a Bruxelles e sarebbe comunque la Tate, il suo brand non sarebbe assolutamente diverso.

Quindi in piena continuità con la tendenza piacevolissima dell’arte contemporanea che chiede sempre di più a noi del pubblico, che eravamo un po’ stanchi di stare li in piedi a guardare le opere e basta, di partecipare all’opera. Dal rapporto con la struttura di Bob Morris fino ai momenti extra-terreni degli incontri con Marina Abramović, si è divulgato il processo dell’opera che vive tra il pensiero dell’artista e l’emozione del fruitore e nei musei di ultima generazione lo spazio quindi non è situato, non è un perimetro che funge da regola, ma è un permesso di espressione attiva.

Multiforme è la parola d’ordine, per cui i concetti che legano al luogo sono banditi se non si prestano al rimescolamento. Tutto questo movimento culturale è esploso nella generazione dei musei nati per l’arte contemporanea e moderna che ha contaminato le città in tutti i continenti senza distinzioni come nella migliore volontà globale. E se qualcuno dice che però si finisce che sono tutti uguali, sotto certi aspetti ha ragione, ma queste uguaglianze è fondamentale che vi siano secondo noi, perché l’interazione e la libertà d’espressione che dialogano, sono gli strumenti su cui si basa la costruzione della nuova società globalizzata ed è giusto che tutti abbiano gli stessi strumenti.

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