Club Culture: Carlo Mognaschi and the Q21

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«Se quei muri potessero parlare!» dice Carlo Mognaschi, parlando del suo club il Q21, uno dei locali più importanti della club culture di Milano.
Carlo ha quasi 30 anni di consolle alle spalle, quindi non ha bisogno di grandi presentazioni. Anche perché, come ci ha spiegato lui, «quel fuoco dentro» che aveva agli inizi, «quella passione per la musica e per far star bene la gente che ho davanti, sono rimasti invariati».
Quindi chi, se non lui, poteva inaugurare il viaggio di Mattlumine nella club culture?
Ho dovuto attendere un po’ per avere le sue risposte, ma l’attesa è stata ampiamente ripagata!
Che aspettiamo? Partiamo a raffica con l’intervista!

Il Q21 è un club all’avanguardia ed è, sopratutto, uno dei club che hanno fatto la storia della club culture milanese. Ti andrebbe di raccontarmi la storia del tuo club?

«Il “Q” è nato alla fine del 99, in un periodo in cui investire denaro ed energie nel mondo del Clubbing poteva ancora avere un senso. È durato 3 anni, poi per un lustro si è trasformato in un locale arabo: dalla house alla danza del ventre, se quei muri potessero parlare! Nel “periodo di transizione” ho passato un po’ di anni a Barcellona, due anni a gestire una associazione culturale, il Loft 21, a fianco agli arabi, faticosissima perché a quei tempi l’annonaria non ti faceva lavorare e ti tartassava di controlli, fino al 2010, anno in cui mi sono reso conto che era il momento giusto di riprendere in mano il locale per creare assieme a Mauro, conosciuto un anno prima, e a Fabrizio, l’architetto che lo ha concepito, un Club gayfriendly che prendesse spunto dai grandi Club delle capitali europee. Se pensavo che quest’anno avrei iniziato con lo stesso entusiasmo l’ottava stagione? Ovvio, tutti partono con grandi sogni, purtroppo l’esperienza dell’intrattenimento notturno dell’ultima decade ci dimostra che i nostri sogni si infrangono in un batter d’occhio e la vita media di un Club è sempre più breve (scrivo con una mano sola e con l’altra mi tocco i coglioni)».

Come è cambiata la club culture in questi anni?

«Prendendo come metro di riferimento i “raduni” dell’88 nei kinderheim sulla Manica, dove incominciavi a conoscere un Carl Cox o un Paul Oakenfold o sentivi per la prima volta la voce ancor oggi unica di Crystal Waters, e pensando a realtà come un Tomorrowland, o volendo restare in casa nostra ad un Social Music City, il paragone è impietoso. Ma io sono un inguaribile ottimista, e non facendo volutamente caso a quella sottile sensazione che molti di noi abbiamo di continuare a ballare su un Titanic considero che ancora oggi in tutto il globo c’è una bella quantità di piccoli e grandi luoghi in cui arrivare al mattino carichi della stessa bella energia degli anni d’oro».

Mentre nel pubblico? che cambiamenti hai notato?

«Una sensibile diminuzione dell’età dei Clubbers!»

Le vostre sono serate ben strutturate e consolidate, che processo creativo c’è alla base?

«Ogni serata ha la sua giusta squadra di pazzi: al venerdì è capitato più di una volta di concretizzare idee balorde venutemi miei frequenti dormiveglia nelle notti infrasettimanali. I miei ritmi circadiani dopo 30 anni di week end insonni sono andati a puttane, (si può dire puttane?). Una notte mi è venuto in mente che potevo far interagire lo spago da arrosti con il laser, e per una chiusura di stagione ho fatto appendere 2000 fili di spago al soffitto, nel video tutti li prendono per fibre ottiche…
Quest’anno torna a dirigere artisticamente la serata di q|LAB uno dei “Padri Fondatori”: Stefano Libertini Protopapa.
Al sabato la serata Toilet è portata avanti da una squadra di matti buoni che negli anni passati stampava i propri flyers a mo’ di multe con scritto dentro EquiToilet e li posizionava sui parabrezza delle macchine, quindi credo di aver reso sufficientemente l’idea. La domenica mattina, Bianca ed Andrea vengono da “La Messa”, una serata storica milanese, e con il loro background cercano ogni settimana nuovi metodi per far divertire i loro aficionados. Sono in guerra perenne con loro su un fronte: loro adorano la macchina delle bolle di sapone, un marchingegno che nel breve periodo distrugge qualsiasi apparecchiatura elettronica che ha vicino».

Pensi che in questi anni il panorama musicale si sia evoluto in bene o in male?

«Non faccio assolutamente parte della categoria dei nostalgici dei bei tempi andati, ho avuto la fortuna di vivere al meglio l’entusiasmo dei primi anni 90 ma ho sempre avuto una smodata curiosità verso la novità, il suono nuovo, quello che senti per la prima volta e trovi moderno. Per me c’è stata evoluzione, non involuzione: trovo che ancora oggi producano della musica stupenda, è solo più difficile scovarla in mezzo al mare di “fuffa” che viene riversata sul mercato ogni giorno».

Parliamo un po’ di te? Come mai hai scelto proprio Milano?

«A Milano arrivai nel 97, per amore, dopo aver girovagato parecchio per l’Italia. C’è stato un lungo periodo in cui l’ho considerato l’evento della mia vita che se tornassi indietro con una bacchetta magica non rifarei. Poi invecchi, e la famosa “big picture” che cominci ad intravvedere ti fa fare pace anche con gli eventi più burrascosi. Se non conto l’esperienza radiofonica dell’82 in basso Piemonte, ho iniziato a metter musica nell’88, in una discoteca a Genova, con una parrucca spelacchiata in testa vestito da vecchia zia (una lunga storia, e la mia prima e unica esperienza “en travesti”). Manca poco ai miei 30 anni di consolle, ma quel fuoco dentro che avevo a quei tempi, quella passione per la musica e per far star bene la gente che ho davanti, sono rimasti invariati. Se lo avessi fatto per soddisfare il mio Ego, come han sempre fatto molti dei miei esimi colleghi, il fatto che certi ragazzetti di oggi mi chiamino “Padre Pio” mi creerebbe enormi scompensi, al contrario quando me l’han detto mi son fatto una grassa risata!».

 

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