I Kraftwerk aprono il Medimex 2018: a Taranto l’uomo si trasforma in robot

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Quando con puntualità tipicamente nordica sono comparsi sul palco del Medimex di Taranto, lo spread italo tedesco è tornato a impennarsi, ma in modo del tutto innocuo. Il differenziale con la Germanica segnava livelli nuovamente elevati complice, infatti, il concerto dei Kraftwerk, che hanno inaugurato la kermesse musicale pugliese, giunta alla settima edizione.

Il trasferimento di sede, da Bari a Taranto, non ha mutato fascino e contenuti di una rassegna che ha nel gruppo pioniere della musica elettronica e nei Placebo gli eventi clou.

Sono trascorsi oltre 40 anni dall’esordio sulla scena di questi quattro ragazzotti di Düsseldorf, eleganti e robotici nelle loro camicie rosse e cravatte nere, in piedi davanti alle tastiere elettroniche. Hanno cambiato svariate formazioni (rispetto a quella originale è rimasto solo Ralf Hütter), non indossano più il loro storico outfit, ma riescono tuttora a ipnotizzare un pubblico assolutamente eterogeneo con uno spettacolo visuale e dai ritmi martellanti.

Lo show in 3d, davanti a circa 10mila spettatori adeguatamente muniti di occhialini ad hoc per l’occasione, proietta lo spettatore in dimensioni colorate e spaziali nel videomapping rigorosamente tridimensionale. Dalle autostrade con le vetture d’annata agli spazi tarantini attraversati da magiche navicelle spaziali. L’uomo nella sua versione robotica fa da collante ai 90 minuti di concerto in cui c’è spazio per i maggiori classici griffati Kraftwerk.

Ein zwei drei vier apre il concerto con Numbers/Computer World. Poi Das Model, Radioactivity, Tour de France, Autobahn, Computer Love, The Man Machine, Music non stop fino alla hit probabilmente più nota, The Robots.

E proprio il robot pop, marchio di fabbrica della “centrale elettrica” tedesca ,è stato motore ispiratore di diverse tendenze musicali che sarebbero arrivate anni dopo: hip hop, techno, house e musica elettronica. La band ha percorso il futuro scavalcando il presente, ieri come oggi: la loro dimensione resta ignota anche dopo 40 anni, inchiodando l’uomo davanti a una consolle in cui scorre il suo stato esistenziale: umano e meccanico, con leggera inclinazione verso il secondo.

D’altra parte, we are the robot. No?

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