Ecco a cosa serve il Pride: Guida pratica per non fare più domande stupide

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È ufficialmente iniziato il mese più colorato e festoso dell’anno! Okay, è più di un mese perché l’Onda Pride in Italia è iniziata il 17 maggio con la marcia di Avellino e terminerà il 19 agosto a Torre del Lago (qui trovate l’intero calendario).

Dunque ricominciamo siamo nel pieno del periodo più festoso dell’anno, è tempo di Pride signori, preparate bandiere arcobaleno e lustrini perché c’è da marciare, c’è da raccontare l’orgoglio, la voglia di essere presi in considerazione, di festeggiare pacificamente che c’è una comunità di persone che esiste, vive, lavora, cresce e fa parte di questa nazione. La necessità, insomma, è sempre la stessa: quella di difendere i diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, queer e intersessuali. Mai come oggi in Italia c’è bisogno di Pride.

Di Pride, non di Gay Pride. Come si dice scout e non boy scout. Perché il Pride rappresenta la lotta per i diritti non solo dei gay ma anche di ogni soggettività con un orientamento sessuale considerato non conforme. (Nel nostro glossario potete trovare tutte le definizioni che vengono sintetizzate con l’acronimo LGBTQI)

Il 9 giugno sono stati celebrati tanti pride non solo quello di Roma, ma anche quello di Lugano, Trento e Pavia.

 

Roma Pride 9 June 2018 foto di Alessandra La Sorsa

 

Perché a giugno? Avete mai sentito parlare dei moti di Stonewall?

L’orologio aveva appena rintoccato 1:20 della notte del 27 giugno del 1969, quando la polizia fece irruzione allo “Stonewall Inn”, un bar gay in Christopher Street nel Greenwich Village.

Va detto che le irruzioni da parte del New York City Police Department nei bar gay erano di prassi dal 1965 ormai. All’epoca, la polizia usava tutti i motivi che riusciva a escogitare per giustificare un arresto con accuse di “indecenza”, tra cui: baciarsi, tenersi per mano, indossare abiti del sesso opposto, o anche il semplice essersi trovati nel bar al momento dell’irruzione. E l’identità dei presenti al momento della retata veniva registrata dalla polizia, e in alcune occasioni veniva anche pubblicata sui quotidiani. Ma i locali gay riuscivano a chiudere e rimettersi in piedi nella stessa notte, nonostante le repressioni. Dimostrando una capacità di resilienza incredibile.

 

Stonewall riots 27 june 1969

 

La sera del 27 giugno del 1969 però le cose erano cambiate. Prima di tutto perché il clima si era appesantito e la comunità era ormai matura per una ribellione, dopo la crescita del movimento anti-autoritario e di protesta del Sessantotto. I gai avevano partecipato a molte proteste specie quelle contro la guerra del Vietnam. Insomma era nell’aria l’idea che le minoranze avessero il diritto di rivendicare una loro dignità. Non stupisce che i primi militanti gay avessero fossero ispirati dal movimento per i diritti dei neri e dallo slogan del Black Power, il potere nero, tanto che il loro nome fu proprio Gay Power. In questo clima bastava una scintilla per incendiare gli animi.

C’è anche da non sottovalutare, nonostante sia una teoria un po’ stereotipante, che il 22 giugno era morta Judy Garland, un’importante icona culturale in cui si identificavano molti appartenenti alla comunità gay. Una morte che lasciava il dubbio di un suicidio, anche se fu catalogata come un incidente dovuto all’errato consumo di un numero eccessivo di barbiturici.

Il tangibile lutto per la sua perdita culminò nel suo funerale, il 27 giugno, cui parteciparono 22.000 persone, di cui si stima 12.000 fossero gay. Molti degli avventori dello Stonewall quindi sarebbero stati ancora provati emotivamente quando quella notte avvenne l’irruzione. Una tesi che viene resa credibile, e quindi resa celebre, dal film Stonewall. In realtà molti dei partecipanti alla rivolta dichiararono ripetutamente in seguito che la morte di Judy Garland non fu il fattore motivante.

Ad ogni modo la scintilla fu accesa dalla retata dello Stonewall e provocò un incendio.

Otto ufficiali del primo distretto di New York, dei quali solo uno era in uniforme, entrarono nel bar di Christopher Street. Gran parte degli avventori fu in grado di sfuggire all’arresto, poiché gli unici arrestati furono “coloro i quali si trovavano privi di documenti di identità, quelli vestiti con abiti del sesso opposto, e alcuni o tutti i dipendenti del bar”.

Secondo un resoconto, Sylvia Rivera scagliò una bottiglia contro un agente, dopo essere stata pungolata con un manganello. Un’altra versione dichiara che Stormé DeLarverie, una donna lesbica, trascinata verso un’auto di pattuglia, oppose resistenza, incoraggiando così la folla a reagire. Comunque sia, la mischia si accese in mezzo alla folla, che presto sopraffece la polizia. Intontiti, i poliziotti si ritirarono all’interno del bar. Il cantante Dave Van Ronk, che stava passeggiando nella zona, venne afferrato dalla polizia, trascinato nel bar e picchiato. Gli attacchi della folla non cessavano. Alcuni cercarono di appiccare il fuoco al bar. Altri usarono un parchimetro come ariete per costringere gli agenti a uscire. La notizia della rivolta si diffuse rapidamente e molti residenti, così come gli avventori dei bar vicini, accorsero sulla scena.

Alla fine la situazione si calmò, ma la folla ricomparve la notte successiva. Le schermaglie tra rivoltosi e polizia proseguirono fino alle 4 del mattino.

Cinque giorni dopo la retata allo Stonewall Inn riprese la rivolta. Ma quel mercoledì c’erano 1.000 persone a radunarsi in quel bar e causando gravi danni. La rabbia contro il modo in cui la polizia aveva trattato i gay nei decenni precedenti affiorò in superficie. Vennero distribuiti volantini con la scritta “Via la mafia e gli sbirri dai bar gay!”.

Nel corso della notte la polizia isolò molti uomini gay e spesso li picchiò. Solo nella prima notte vennero arrestate 13 persone e vennero feriti quattro agenti di polizia, oltre a un numero imprecisato di dimostranti. Bottiglie e pietre vennero lanciate dai dimostranti che scandivano lo slogan “Gay Power!”. La folla, stimata in 2.000 persone, battagliò contro oltre 400 poliziotti.

La polizia inviò rinforzi composti dalla Tactical Patrol Force, una squadra anti-sommossa originariamente addestrata per contrastare i dimostranti contro la Guerra del Vietnam. Le squadre anti-sommossa arrivarono per disperdere la folla, ma non riuscirono nel loro intento e vennero bersagliate da pietre e altri oggetti. A un certo punto si trovarono di fronte a una fila di drag queen che le prendeva in giro cantando:

« Siamo le ragazze dello Stonewall abbiamo i capelli a boccoli non indossiamo mutande mostriamo il pelo pubico e portiamo i nostri jeans sopra i nostri ginocchi da checche!».

Il resto poi è storia.

La prima marcia dell’Orgoglio si tenne nel giugno 1970, e da allora ogni anno, nell’anniversario del 28 giugno 1969: il giorno degli scontri di Stonewall. A quel tempo non c’era nessun movimento LGBTQI negli Stati Uniti. Le associazioni omosessuali si trovavano solo a San Francisco, Los Angeles, Washington e New York, i pochi omosessuali dichiarati che ne facevano parte chiedevano solo di esser lasciati vivere senza venir discriminati sul lavoro o minacciati. Il Manuale diagnostico e statistico dell’Associazione statunitense di psichiatria definiva l’omosessualità come una malattia mentale; alle leggi contro l’amore omosessuale, sopravvissute a lunghissimo in alcuni stati, si aggiungevano norme che di fatto impedivano, anche a New York, il funzionamento di associazioni, locali, attività: le autorità spesso chiudevano un occhio, salvo metter loro pesantemente i bastoni tra le ruote ogni volta che capitava.

 

 

Però c’è ancora chi chiede se c’è ancora bisogno di ostentare l’orgoglio omosessuale durante i Pride, con vestiti eccentrici.

La risposta è si, perché quel giorno è tutto visibile, ci si tiene per mano, ci si bacia in pubblico, per quel giorno è tutto possibile, visibile e sottolineato. Per quel giorno si è liberi di essere come si è. Per quel giorno non si cerca di essere normali e integrati, ma si mostra al mondo la libertà, si ostenta la libertà.

Un’ostentazione che può far forza ad un adolescente che ancora non ha ammesso di essere omosessuale, un orgoglio che fa capire ad un padre cosa prova un figlio.

E se siete eterosessuali e credete che i diritti civili debbano essere riconosciuti alla comunità LGBTQI, scendete in piazza, come faccio io. Non sono omosessuale, ma per la felicità delle persone che amo farei questo e altro!

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