Di Buscemi, di Keith Haring a Pisa e di una caciara davvero insopportabile

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In poco più di 14 giorni ci ritroviamo a scrivere due pezzi differenti su Keith Haring. E’ sempre affascinante saltare di decennio in decennio, rispolverare foto di fine anni Ottanta e ricucirle sullo skyline delle città attuali. Da una vecchia foto, ad Amsterdam si è risaliti a un murale che l’artista statunitense aveva realizzato su un edificio della capitale olandese, poi ricoperto da pannelli, dimenticato per lustri e oggi, dopo diversi mesi di lavoro, è nuovamente emerso il tratto unico e immediato di Haring.

E poi guardiamo in casa nostra, geolocalizziamoci a Pisa, dove Keith Haring viene messo “inconsapevolmente” al centro di una baruffa dai contenuti (e dalle parole, che pesano certamente) sconclusionati mossa da chi dovrebbe preservare il bello della sua città e di un’opera artistica, universalmente riconosciuta come tale. Anzi dell’ultima opera esterna realizzata da quel genio tutto spray e pennelloni.

Passo indietro. Nel giugno del 1989, su invito di un amico e grazie all’accordo con parroco e l’amministrazione di Pisa, Haring realizza su un’enorme facciata della trecentesca chiesa di Sant’Antonio Abate, nel centro di Pisa, un gigantesco murale straripante di colori e umanoidi e animali nel suo dinamico stile: 18 metri di lunghezza per 10 di altezza, al centro la tradizionale croce pisana e tutt’attorno la vita racchiusa in differenti immagini. Spontaneamente, lui che non era solito nominare i suoi lavori anche per il carattere intrinseco ed effimero della sua arte di strada, decise di chiamare l’opera “Tuttomondo”, un affettuoso abbraccio che richiamava unione e pace nonostante la complessità dell’esistenza umana, sospesa tra pace e conflitti, tecnologia deviante e l’importanza empatica della natura. Si fece aiutare da alcuni ragazzi, lo completò in soli quattro giorni, e quello fu il suo testamento prima di morire otto mesi dopo, il 16 febbraio 1990, a causa di complicazioni dovute all’Aids.

Pensate al luogo dov’è state realizzata, nel momento storico in cui è sorta, pensate alla Cortina di ferro e, per rimanere in tema, ai ferri corti di un’esistenza spaccata secondo le due coppie di opposti della bussola: nord-sud | ovest-est. Una ricerca che parte dal mondo underground e urbano, contaminato e innalzato, partendo dal writing puro fino a irradiarsi su scala globale. Haring è stato pioniere di un desiderio artistico che oggi possiamo capire e apprezzare. E ringraziare.

E poi c’è chi, ex abrupto, sconquassa il sistema, ponendosi dalla parte dell’anti, dalla parte di chi si sente investito dal compito di criticare (nel senso decostruttivo del termine) tutto, anche con evidente sciatteria. E dà fastidio, sì infastidisce, se a lanciare la provocazione è Andrea Buscemi, attore, ma soprattutto neo-assessore alla Cultura di Pisa. Chi dovrebbe capire e difendere. Il leghista della nuova giunta centro-destra Michele Conti ed è bene precisare il ruolo istituzionale e anche il credo politico perché di casualità non c’è nulla. Come riporta Artribune, “il casus belli” coincide con un passaggio contenuto nel suo ultimo libro “Rivoglio Pisa”. Ecco cosa dice Buscemi:

«A Pisa si dà risalto in tutti i modi (si stampano cartoline e manifesti, magliette e souvenir di ogni tipo, persino tazzine, piatti e bicchieri) per pubblicizzare quel modestissimo e banalissimo murale di ispirazione metropolitana che è Tuttomondo del newyorkese Keith Haring, che qualche mente perversa (e profondamente, grottescamente radical chic) autorizzò una trentina d’anni fa ad essere realizzato sul muro del convento di Sant’Antonio…»

Il brano pubblicato su Artribune

Accetteremmo i termini “modestissimo e banalissimo”, ma anche “mente perversa” se l’assessore rimpolpasse la soggettività dell’argomentazione, dimostrando di aver compreso la portata di quell’intervento fatto a fine anni Ottanta. Ma tutto crolla, volgarmente, se nella stessa affermazione si piazza “radical chic” che sa tanto di polemichetta che, per di più, inizia a essere un neologismo francamente populista e che bolla come “non credibile” qualsiasi impalcatura discorsiva che si ritaglia attorno. Ha scocciato, sì.

Per Buscemi il murale di Keith Haring è un’operetta, è scritto nero su bianco su un libro stampato e già in circolazione. E via con il polverone polemico sui social, laddove lo stesso attore ridimensiona l’accaduto riducendolo al classico “quiproquo” e chiudendolo a tarallucci e vivo e qualche slogan accogliente tipo “viva l’arte”.
Ma è evidente che Buscemi, il cui fine di quell’intervento era sottolineare l’incapacità degli amministratori locali di puntare sulle tante bellezze del territorio andando oltre il solo muro colorato, ha davvero mal-inteso il ruolo e l’appartenenza che i cittadini si sentono di avere con quel murale. Che è un sentimento fluido che dal muro si stacca e pulsa nelle persone e rivive oggi come al tempo. Riproponiamo un passaggio che Haring ha scritto nei suoi Diari:

«Sto in un albergo direttamente di fronte al muro, così lo vedo prima di addormentarmi e quando mi sveglio. C’è sempre qualcuno che lo guarda…l’altra notte anche alle 4 del mattino. È davvero interessante vedere le reazioni della gente.  Mentre dipingevo avevo collegato la musica a un grande altoparlante. Ogni giorno era come una festa del quartiere. Un giorno (l’ultimo in cui ho dipinto) davanti al muro c’era un DJ e una folla danzante. Fotografie e autografi costanti. Qui ci sono alcuni dei più bei ragazzi che io abbia mai visto nella mia vita…Penso di essere felice solo quando sono circondato da tutta questa follia. Me la godo, in verità. Sembra che mi dia fastidio, qualche volta, ma quando smette, mi manca. Però richiede molta pazienza. È davvero una realizzazione. Sarà qui per molto, molto tempo e la città sembra amarlo. Sto seduto sul balcone a guardare la cima della Torre Pendente. È davvero molto bello qui. Se c’è un paradiso, spero che assomigli a questo»

Può essere misero il tratto di un uomo che innalza a paradiso uno scorcio della città di cui Buscemi tutela l’aspetto artistico? Possiamo minimamente reputare “menti perverse” persone dagli ambiti più disparati, azienda locale, artista, politico e uomo di fede, che hanno lavorato assieme per costruire un “mondo nuovo”?
E poi c’è un indissolubile legame tra l’Italia e Keith Haring che dovrebbe solo farci arrossire per questo implicito complimento. Tra i primi in Europa ad accorgersi di Haring e più in generale della graffiti art ci fu, proprio al nascere del movimento, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, una giovane studiosa italiana, scesa energicamente in campo anche come militante: Francesca Alinovi, pronta a prendere l’aereo per raggiungere questi suoi amati protagonisti dell’ultima svolta estetica.

Intervento esterno a Roma, cancellato. Credits: Stefano Fontebasso. Altre foto: https://www.fontebasso.it/project/cross-the-street-keith-haring-deleted/

Francesca Alinovi è scomparsa precocemente nel 1983 e ai suoi molti amici artisti e graffitisti non restò che commemorarla organizzando una comparsa massiccia nella mostra “Arte di frontiera” inizialmente ospitata dalla Galleria d’arte moderna di Bologna e poi itinerante tra cui Roma nel Palazzo delle esposizioni. Renato Barilli, critico d’arte, fu tra gli organizzatori di quell’evento e ricorda nitidamente la partecipazione di Keith Haring con un aneddoto:

«Naturalmente non si limitò a presentare nei locali dell’esposizione qualche pannello preconfezionato, ma volle prontamente far esplodere il suo ardore anche all’esterno, dandosi a tracciare i suoi calligrammi sullo zoccolo della facciata del palazzo romano, a fianco della maestosa scalinata d’accesso. Presto, una folla di curiosi si raccolse ad ammirare quella performance fuori dell’ordinario, col consenso istintivo che sempre imprese del genere abbozzate da Keith riscuotevano…Ebbene, stimolato da quel capannello di spettatori, a un certo punto il braccio di Haring, armato di spray, si avventò su di loro, dandosi a “firmarli” dal vivo, a lasciare sul corpo di ognuno una traccia autografata di sé; in quel momento passava una carrozzina con dentro un neonato, e il gesto svirgolante di Keith non esitò a “firmarne” tanto il tettuccio quanto la coperta stesa a proteggere il piccolo ospite inconsapevole, che così si trovò a essere fecondato da una sorta di pioggia benefica e rigenerante»

Ecco, la furia del giovane figlio della Pennsylvania è qui, in questi due piccoli episodi. E’ quello che i suoi muri, ancora oggi, preservano e raccontano. Modesti e banali? Ad avercela, oggi, un’anima così genitrice.

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