Chiamami con il tuo nome e io ti chiamerò con il mio!

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“È meglio parlare o morire?”. Ho visto “Call Me By Your Name” e questa domanda mi è rimasta in mente, così come la voglia delle lunghe giornate estive che passavano lente accompagnate dal canto delle cicale, il caldo e la pigra voglia di non far nulla. Quell’Italia agreste del 1983, fatta di spighe di grano piegate dal vento, di biciclette, dei baretti a conduzione familiare, in cui potevi entrare soltanto dopo aver attraversato le ipnotiche tende scaccia mosche, le discussioni animate sulla politica, la frutta raccolta dagli alberi e mangiata subito con assetata voracità. L’abbiamo vissuta tutti quell’estate in provincia che sia al mare o al lago. “Call Me By Your Name” ha questo sapore accidioso, veste pantaloni corti, maglie a righe e ha “Radio Varsavia” di Franco Battiato nelle orecchie. Un sapore che rievoca fortemente Antonioni e Bertolucci.

“È meglio parlare o morire?” è la domanda giusta per spiegare il detto non detto della prima parte del film, l’abbiamo vissuto tutti un amore nascosto. “Se ne sarà accorto o no?”, la voglia di farsi scoprire, di dichiararsi, di non essere all’altezza, la prima ferita, la delusione nel vedere qualcun altro al nostro posto, poi un amore nato in agosto e ancora l’abbandono. Sensazioni che sanno di adolescenza. “Certe cose non si devono dire” dice Oliver a Elio. In uno dei coming out più belli della cinematografia internazionale. Non vi descriverò nulla di questo passaggio, perché la scena va vista.

Ma questo film, tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman, racchiude anche il discorso paterno più sincero della letteratura: “Stai male e ora vorresti non provare nulla, forse non hai mai voluto provare nulla, ma ciò che ora provi io lo invidio… Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta, così tanto che a 30 anni siamo già prosciugati e ogni volta che ricominciamo una nuova storia con qualcuno diamo sempre di meno, ma renderti insensibile così da non provare nulla, è uno sbaglio”.

Luca Guadagnino, in collaborazione di Walter Fasano e di James Ivory, con la trasposizione del romanzo mette in scena perfettamente le pulsioni sentimentali ed erotiche di un ragazzo di diciassette anni e soprattutto una dolce storia d’amore, chiudendo così l’ideale trilogia sul desiderio iniziata con “Io sono l’amore” e proseguita con “A Bigger Splash”.

Lyle, Michael Stuhlbarg, archeologo, e Annella Perlman, interpretata da Amira Casar, ospitano ogni anno per sei settimane un ricercatore, esperto di archeologia greca. Una forma di filantropia che la coppia, colta e poliglotta, esercita verso un giovane straniero per permettergli di lavorare con Lyle e di immergersi nella bellezza dell’Italia. Lui un ricercatore americano, bello e sicuro di sé si chiama Oliver, Armie Hammer.

Oliver non ha alcuna premura di nascondere la propria prestanza fisica e intellettuale, tanto da correggere il suo professore. Ostenta il suo essere ebreo attraverso una catenina e il ciondolo a forma di stella di Davide, che porta al collo. Una cosa che la famiglia Perlman tendeva a non esibire. Elio, Timothée Chalamet, figlio diciassettenne, inizia a confrontarsi con quest’uomo. Lui schivo e annoiato, vive di musica classica che legge e trascrive, aspettando che passi il tempo tra l’estate e il Natale, resta intrappolato nel fascino di Oliver e piano piano si innamora.

Tante suggestioni che sembrano aver fatto breccia non solo in me, donna etero nata in quegli anni, ma sopratutto in un pubblico più sensibile che ha vissuto il coming out e il primo amore.

In rete ho letto questa recensione: “Dico una cosa un po’ da “ghetto”, ma credo sia la verità. Alcune sfumature sul perché questo film sia capolavoro le possono percepire solo quelli che mentre le scene scorrono rivedono qualcosa della propria vita, dei propri pensieri. Chi ha amato un irraggiungibile compagno di scuola, chi è cresciuto sentendosi inadeguato al mondo, chi si è trovato a pezzi quando è passato a volte anche solo accanto a un “cavallo di razza” ed ha percepito come quello lì fosse vincente sempre, bello e sicuro, sa di cosa parlo. È una questione di vita. Gli altri possono discutere delle inquadrature, delle scelte del regista; bene per loro, ma quelli come me, in questo film, ci affogano dentro. Dolorosamente e con gioia”. E mi pareva la più adatta a raccontare questo film un po’ vintage, non solo nei costumi ma anche nella fotografia e nelle scene.

Si capisce il perché di questo successo: Call Me By Your Name l’anno scorso è stato ospitato al Sundance Film Festival e alla Berlinale e ha incassato ottime critiche internazionali: il National Board of Review assieme all’American Film Institute lo hanno decretato uno dei 10 migliori film dell’anno. Ha ottenuto tre candidature al Golden Globe e ora quattro nomination all’Oscar come miglior film, miglior attore protagonista con la nomination per Timothée Chalamet, miglior sceneggiatura non originale, miglior brano originale, Mystery of Love, interpretato da Sufjan Stevens.

Si resta feriti da Call Me By Your Name, per quell’amore scomparso, quell’estate che non tornerà, per la semplicità con cui il tempo passava e per i nostri saggi genitori ormai anziani.

Ma il film non ci appartiene, noi italiani intendo: i finanziamenti per girarlo Guadagnino non li ha trovati in Italia. E non credo che sia un caso. Call Me By Your Name è un film troppo vivo e anti-retorico, soprattutto tenendo conto che ha al centro una storia di iniziazione erotica gay. Come ha dichiarato il regista: “Molti non hanno finanziato il film proprio perché mancavano i cliché (…) come la presenza di un antagonista, che di solito alla fine permette agli amanti di superare ogni avversità o, se si tratta di una storia gay, di soccombere. Viceversa qui c’è un atteggiamento di supporto del mondo esterno, che mi ha dato la libertà di essere molto vicino ai miei personaggi”. E quel “supporto del mondo esterno” probabilmente non è una realtà italiana.

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