1 dicembre giornata mondiale contro l’AIDS

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“L’AIDS è considerato un handicap ai sensi di legge non solo per le limitazioni fisiche che impone, ma anche perché il pregiudizio che circonda l’AIDS esige la morte sociale che precede… che precede… e a volte accelera, la morte fisica”. A dirlo era Andrew Beckett, il protagonista del film Philadelphia, interpretato da Tom Hanks.La pellicola risale al 1993, periodo in cui si raggiunse il picco del contagio. Oggi si è registrato un calo del 39% rispetto agli anni Novanta. Ma il problema e probabilmente anche il pregiudizio restano attuali. Ed ecco perché dopo 39 anni dalla sua istituzione il primo dicembre è ancora la giornata mondiale contro l’Aids, creata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e poi fatta propria dall’Unaids, l’Agenzia delle Nazioni Unite per la lotta all’Aids.Si stima che nel solo 2016, 1,8 milioni di persone si siano infettate in tutto il mondo. Nell’Africa sub­sahariana le nuove infezioni si sono ridotte del 48% dal 2000. Ad ogni modo la diffusione del virus è aumentata nell’Europa dell’Est e in Asia centrale.
Paesi in cui il numero di persone che hanno contratto l’infezione è aumentato del 60% dal 2000 e le morti correlate all’Aids del 27 %.
Il virus si diffonde soprattutto attraverso i rapporti sessuali (etero e non) e l’uso di siringhe infette da parte dei tossicodipendenti.Insomma dopo 39 anni bisogna continuare a parlarne, non solo perché solo la conoscenza puòprevenire il contagio. Ma soprattutto per annientare il pregiudizio. Già perché in questo caso si tratta di un misto fra di disinformazione, paura e ignoranza. L’obiettivo della giornata mondiale contro l’AIDS era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica su questa infezione che nel 1987 era mortale. Nel tempo la ricerca ha vinto molte battaglie contro il virus Hiv, ma la guerra non è finita. Oggi i malati si curano e vivono a lungo, ma molte persone, soprattutto i più giovani, e anche i meno giovani, continuano a infettarsi. Il tema di quest’anno è “Increasing impact through Transparency, Accountability and Partnership”, che si può tradurre: “aumentiamo l’attenzione nei confronti della malattia attraverso la trasparenza, la responsabilità e la collaborazione”.Ma non finisce tutto il primo dicembre, dopo la Giornata Mondiale, prenderà il via una campagna internazionale che ha per titolo: “Let’s end it. End Isolation. End stigma. End trasmission” (cerchiamo di porre fine alla malattia, allo stigma e alla sua trasmissione).
Nel 2017 le vittime dell’infezione da Hiv sono soprattutto persone intorno ai 50 anni di età, secondola ricerca pubblicata lo scorso settembre sul British Medical Journal.

Secondo la rivista britannica, ci sarebbe sto un aumento del 2% in questa fascia d’età, mentre il tasso sarebbe rimasto stabile fra i più giovani. in Italia la situazione è simile. Il contagio avviene prevalentemente attraverso rapporti sessuali, eterosessuali e omosessuali allo stesso modo. Secondo il rapporto del Coa, il Centro operativo Aids, i casi segnalati l’anno scorso in Italia sono stati 3451, ma è probabile che se ne aggiungano altri per colpa dei ritardi di notifica. Si conterebbero quindi 5,7 nuovi casi di infezione da Hiv ogni 100 mila residenti che collocano l’Italia al tredicesimo posto, con la Grecia nella lista dei Paesi europei. In testa per i contagi nel nostro Paese ci sono Regioni come il Lazio, la Toscana, il Piemonte.L’accesso al trattamento antivirale nel mondo è drasticamente aumentato, secondo l’ultimo rapportoUnaids. Sono, infatti, quasi 21 milioni le persone che attualmente ricevono cure attraverso i farmaci antivirali, mentre erano solo 685 mila nel 2000. E almeno 7 donne su dieci, infette dal virus, ricevono farmaci: ecco perché la trasmissione materno­fetale si è notevolmente ridotta. Nel 2016, globalmente nel mondo, erano 20,9 milioni le persone che convivevano con il virus dell’Aids e 1,8 milioni coloro che si sono infettati in quello stesso anno.Un altro traguardo importate si chiama PrEP, ovvero profilassi pre­esposizione e prevede la somministrazione di due antivirali, il tenofovir e l’emtricitabina, una compressa al giorno.
La PrEP funziona in oltre il 90% dei casi (70% nei tossicodipendenti). Attenzione però: non si tratta di un’alternativa al preservativo, che non proteggesolo dall’Hiv, ma anche da altre infezioni sessualmente trasmesse. Insomma il tema è ancora importantissimo al punto che la Apple è riuscita a raccogliere oltre 30 milioni di dollari con la campagna RED, per la lotta all’Aids a sostegno del Global Fund, l’equivalente di 144 milioni di giorni di farmaci antiretrovirali che impediscono la trasmissione del virus HIV da madre a figlio durante la gravidanza. Negli ultimi 11 anni Apple ha donato al Global Fund più di 160 milioni di dollari contribuendo “a fornire l’equivalente di 475 milioni di giorni di farmaci salvavita”.
E in occasione della ricorrenza sono diverse le iniziative di sensibilizzazione lanciate da Apple. Dal primo all’8 dicembre l’App Store ospiterà nella sezione “Oggi” storie e testimonianze, mentre oltre 400 negozi della Mela morsicata nel mondo si vestiranno di rosso fino al 7 dicembre. Per una settimana per qualsiasi transazione Apple Pay la compagnia farà a RED una donazione di un dollaro. Durante tutto l’anno Apple donerà al Fondo una parte dei ricavi ottenuti dalla vendita dei prodotti “Red”.La ricerca, insomma va avanti. Si continuano a studiare nuovi farmaci e soprattutto farmaci per la prevenzione. Sta partendo uno studio nell’Africa sub­sahariana per valutare se il cabotegravir, un farmaco iniettabile a lunga durata d’azione, sia in grado di prevenire l’infezione in donne

sessualmente attive fra i 18 e i 45 anni. Il problema principale da risolvere rimane sempre lo stesso: la possibilità di eliminare definitivamente il virus dall’organismo. Se si interrompe la terapia, infatti,il virus riemerge dai suoi “santuari” dove rimane nascosto. In questo senso potrebbero venire in aiuto terapie immunologiche con l’obiettivo di attivare cellule del sistema immunitario capaci di “raggiungere” il virus. O addirittura la manipolazione del Dna delle cellule infettate dal virus con le nuove tecniche di “taglia e cuci”. Utopia? Non possiamo saperlo. Non sono un medico ma una giornalista e l’unico virus che posso cercare di debellare è quello della disinformazione. Sono passati 37 anni dal 2 ottobre 1985, data in cui Rock Hudson fu ucciso dall’Aids. Fu lui il primo personaggio famoso, colpito dall’infezione da Hiv, a rendere pubblica la sua malattia. Fu il primo, non l’unico. Dopo di lui sono morti di Aids Freddie Mercury, Rudolf Nureyev, Isaac Asimov, Michael Foucault, Arthur Ashe, l’attore Anthony Perkins e tanti altri. La scelta di Rock Hudson, però fu la più coraggiosa, perché contribuì a ridurre lo stigma che negli anni’80 e ’90 era associato all’Aids e in parte anche alla sua omosessualità. Come disse Morgan Fairchild: “Con il suo coming out, Rock ha dato un volto a tutti i malati di Aids”.

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