Us and Them: mezzo secolo di Pink Floyd in mostra a Londra

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Di sicuro, immergendosi in una mostra a loro dedicata, sarà difficile restare piacevolmente insensibili, così come cantavano in una delle hit, Comfortably Numb, dello storico album, The Wall. Dal 13 maggio al 1° ottobre Londra dedica una retrospettiva ai Pink Floyd, nel 50mo anniversario della pubblicazione del loro primo singolo, Arnold Layne.
“Their mortal remains” è un percorso ricco di suggestioni all’interno dell’incantevole scenario del Victoria & Albert Museum nella capitale inglese: un itinerario psichedelico, lisergico e colorato che riflette nello spettatore la rivoluzione sensoriale, oltre che musicale, operata dalla band a partire dalla fine degli anni Sessanta.
Si parte dalle origini, dal 1967, quando i Pink Floyd erano essenzialmente il prodotto delle genialità maledetta di Syd Barrett, accompagnato da un Roger Waters ancora acerbo, privi della chitarra di David Gilmour, che si sarebbe aggiunto qualche anno dopo. Il primo corridoio è già un manifesto: accanto alle classiche locandine e memorabilia dell’epoca, un magico gioco di luci avvolge il visitatore che inizia ad ascendere verso la dimensione floydiana. Si scava anche nel vissuto della band, con gli studi in architettura che hanno accomunato la crescita di Waters, Richard Wright e Nick Mason, fino al leggendario concerto negli scavi di Pompei del 1971, con Gilmour a completare le note da brividi di Echoes e A Saucerful of Secrets.
Syd si è autoescluso dal gruppo, avendo imboccato un tunnel senza uscita, ma la sua presenza nei Pink Floyd è costantemente viva: dalla sua bicicletta alla Polaroid che introduce il momento più introspettivo del gruppo, con Wish You Were Here e il prisma del capolavoro The Dark Side of The Moon. La band è ormai matura, The Wall è l’inizio della fine, segno tangibile dell’impegno anche politico del gruppo sollecitato dall’attivismo di Waters. La mostra riproduce così il muro dell’album, con i gonfiabili utilizzati anche per i live di “The Animals” e il soldato immortalato nella copertina di “The Final Cut”. Gli anni di Gilmour, dopo l’abbandono di Roger, sono quelli di “Delicate Sound of Thunder”, “The Division Bell” e “A Momentary Lapse of Reason”, in cui i concerti raggiungono una cifra scenica che ben si presta allo spettacolo di un percorso multisensoriale.
«Il Victoria & Albert è il posto giusto per illustrare il grande contributo artistico, non solo musicale dei Pink Floyd – ha commentato Martin Rotj, direttore del museo – Una band che ha creato non solo musica straordinaria, ma anche spettacolari show musicali, copertine di album diventate icone e un’espressione creativa senza eguali».
Durante l’itinerario della mostra, c’è anche il famoso scatto in cui Johnny Rotten, leader dei Sex Pistols, indossa una t shirt con la scritta “I hate Pink Floyd”, simbolo del punk e del suo messaggio demolitorio verso il rock e il progressive. Rotten, negli anni, ha fatto poi marcia indietro su una provocazione tipica del suo personaggio: probabile che anch’egli si recherà a Londra per rendere omaggio a una delle band più importanti della storia della musica del Novecento.

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