Totò Riina, la Cassazione e lo Stato di diritto “usa e getta”

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Ma davvero lo Stato italiano, per effetto di una decisione della sua Suprema Corte, ha aperto alla scarcerazione per uno dei boss mafiosi più potenti e feroci mai esistiti, capace di ordinare centinaia di omicidi e di stragi, di delitti mostruosi come lo scioglimento di un bambino dell’acido, tale da meritarsi, tra i tanti, il soprannome di Belva?
Forse i fatti non stanno proprio così e la loro distorta interpretazione costituisce l’ultimo caso di fake news all’italiana.
Con la sentenza n. 27766/17 la prima sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza del tribunale di Sorveglianza di Bologna, accogliendo così il ricorso dei difensori di Totò Riina, in cui si chiedeva la sospensione della pena o gli arresti domiciliari per motivi di salute. Il capo dei capi, arrestato nel 1993 dopo 24 anni di latitanza e su cui pendono 17 ergastoli, è da tempo gravemente malato. Un anno fa, nel maggio 2016, il tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva rigettato l’istanza dei legali del boss perché le condizioni sanitarie non erano gravi tali da consentire un differimento della pena in carcere, anche in considerazione della pericolosità del detenuto in questione.
Gli avvocati di Totò u’Curtu hanno presentato ricorso in Cassazione e i giudici hanno accolto la loro tesi per “un difetto di motivazione”, sostenendo che le argomentazioni dei giudici bolognesi fossero «carenti» e «contraddittorie» e che quindi devono decidere nuovamente. Pertanto, il “Palazzaccio” di piazza Cavour non ha deciso su alcuna ipotesi di scarcerazione di Riina.
Nel merito, la Corte ha ribadito che, considerando l’età del boss (quasi 87enne) e il suo quadro sanitario, la permanenza in carcere potrebbe manifestarsi come detenzione inumana contraria ai principi enunciati anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Inoltre, il tribunale di Bologna ha prima sottolineato la compatibilità della detenzione di Riina con le sue condizioni di salute e poi “evidenziato espressamente le deficienze della Casa di reclusione di Parma”. Da qui la contraddittorietà della sentenza. Inoltre, la Corte specifica che «fermo restando l’altissima pericolosità del detenuto Salvatore Riina e del suo indiscusso spessore criminale, il provvedimento non chiarisce, con motivazione adeguata, come tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute». Per cui, è la linea della Cassazione, anche al boss va affermata «l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente».
La sentenza ha scatenato un polverone vista la caratura criminale del personaggio e il simbolo che incarna, quello della lotta alla mafia da parte dello Stato. Da più parti si è sottolineato che Totò Riina sia ancora formalmente il capo di Cosa Nostra, pur non avendo più un controllo diretto sulla mafia corleonese, anche per merito della dura azione di repressione portata avanti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine. E il messaggio che ne verrebbe fuori (il boss numero 1 scarcerato, seppur per motivi sanitari) potrebbe innescare effetti deflagranti, pari a quelli delle tante bombe piazzate dal criminale mafioso.
Ma qui non è in gioco l’ipotesi di scarcerare Riina, qui sono in ballo le fondamenta stesse dello Stato di diritto, che segnano un confine ben chiaro di demarcazione con le organizzazioni criminali. Molti di quelli che oggi sbraitano, si inalberano, chiedono la pubblica forca per il boss dimenticano, ad esempio, quella Costituzione che tanto hanno difeso da attacchi veri o presunti. L’articolo 27, terzo e quarto comma, prevede che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte». Altrimenti, che bisogno avremmo del potere legislativo e giudiziario, che bisogno avremmo della democrazia che tanto diciamo di difendere? Basterebbe ripristinare la legge del taglione, no?
E ancora, l’articolo 101: «La giustizia è amministrata in nome del popolo». Non del populismo, non della pancia più bieca e vorace che confonde diritti e doveri, che mette tutto nello stesso calderone, anche il sacrosanto volere dei parenti delle vittime che venga fatta e mantenuta giustizia.
Ed è lo Stato il titolare di questo principio, lo stesso Stato che deve assicurare al detenuto Riina, come ad ogni altro detenuto, un’esistenza e una morte dignitosa. E se un luogo che è patrimonio dello Stato diventa incompatibile con tale principio di umanità significa che non siamo un Paese in cui vige pienamente la legalità e lo stato di diritto. Non è una novità viste le numerose sentenze di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo sullo stato pietoso di sovraffollamento delle carceri italiane.
In forza di quel diritto, in forza di quelle norme che abbiamo spesso definito come le “più belle del mondo”, che il detenuto Salvatore Riina ha diritto a una morte dignitosa. Lo affermerebbero anche Giovanni Falcone o Paolo Borsellino o Carlo Alberto Dalla Chiesa o Ninni Cassarà che hanno fatto delle regole e della legalità la linea direttrice dell’azione di contrasto a Cosa Nostra.
Se così non fosse, sarebbe proprio lo Stato a trasformarsi nella Belva.

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