A Tale of Love and Darkness: Natalie Portman racconta Amos Oz

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Natalie Portman è una di quelle persone così perfette da risultare insopportabili. Pensateci, è oggettivamente bellissima, con uno stile invidiabile, ha talento da vendere come attrice e come ballerina. Se non bastasse, sta anche mettendo su una bella famigliola e oggi, 8 giugno, nelle sale italiane esce il suo primo film da regista!
Ma vi sembra normale?
Okay dai parliamo della pellicola così non ci deprimiamo.
Si chiama A Tale of Love and Darkness e lei, giusto per risultare più simpatica, lo ha scritto, diretto, co-prodotto ed interpretato. La pellicola è stata girata nel 2015 ed è stata presentata al Festival di Cannes del 2015 fuori concorso nella serie Proiezioni Speciali. Portman ha impiegato otto anni per scrivere la sceneggiatura e in questo periodo ha raccolto fondi per girare il film, insistendo per girarlo in lingua ebraica: “La lingua è praticamente un personaggio nel film – ha spiegato. Il padre di Amos è il principale canale di veicolazione della lingua, parla dell’etimologia delle parole e di come sono correlate. Mentre lavorano in giardino, spiega come la terra sia connessa all’uomo, al sangue, al silenzio, potrebbe raccontare l’intera storia del film e la lingua acquisisce una sua fisicità” .
La storia, infatti, è un adattamento cinematografico del romanzo autobiografico Una storia di amore e di tenebra, scritto da Amos Oz.
Amos è cresciuto a Gerusalemme negli anni precedenti l’indipendenza di Israele, con la famiglia di Klausner, una delle tante che si trasferirono in Palestina dall’Europa durante gli anni ’30 e ’40 per scappare dalle persecuzioni. La guerra e la noia della vita quotidiana si alternano tanto da pesare immensamente sull’animo di Fania, la madre di Amos, che infelice del suo matrimonio e soffocata intellettualmente, inizia a inventare storie avventurose per tirarsi su di morale e intrattenere il figlio di 10 anni. Il bimbo viene così rapito dai racconti, dalle poesie e dalle parole della madre, da esserne fortemente influenzato nella sua scrittura negli anni a venire. Quando l’indipendenza non porta a Fania il senso alla vita che sperava, pian piano scivola nella solitudine e nella depressione. Così Amos viene forzato a darle un prematuro addio, mentre assiste alla nascita di Israele. “Si tratta della nascita di uno scrittore, dovuta al vuoto che sua madre ha lasciato, un vuoto che lui deve riempire con parole e storie – ha spiegato la Portman. C’è una forte tensione tra loro: lei lo spinge a creare, ma gli concede anche lo spazio che lui ha bisogno di riempire. Questo abbandono così assurdo è devastante. Ma è anche un’opportunità e sua madre gli fornisce gli strumenti per coglierla. La cosa meravigliosa che Amos ha fatto con questo libro è trasmettere l’amore, la compassione e l’empatia nei confronti delle persone che hanno fatto parte della sua vita. È un’esplorazione dei personaggi priva di giudizio”, ha concluso l’attrice.
Nonostante le critiche un po’ freddine, dovute soprattutto ad una fotografia eccessivamente destrutturata, al Box Office negli Stati Uniti, il film della Portman ha incassato nelle prime 6 settimane di programmazione 571 mila dollari e 37,2 mila dollari nel primo week-end. Se un errore c’è è di essersi focalizzata troppo sulla figura della madre di Amos, Fania, e non sul ricordo dell’anziano narratore che racconta la sua vita. Ad ogni modo non ne esce da mentecatta, anzi, conosce perfettamente l’arte. L’interpretazione del cast è stupenda e la Portman ha dato il meglio di sé. I costumi, realizzati dalla costumista israeliana Li Alembik evocano con grazia la moda della fine degli anni Quaranta esaltando la bellezza della Portman. Sono certa che il carré ondulato tipico di quell’epoca, ritornerà in auge senza troppa difficoltà. La fotografia, dicevamo, si perde un po’ nella sua destrutturazione, ma riesce a sottolineare i momenti di crescita di Amos Oz, con atmosfere marcate da un chiaroscuro vagamente inquietante, specie nel contrasto con la solarità del kibbutz dove poi Amos diventa adolescente.
Natalie Portman fino ad oggi si era misurata solo con la regia di cortometraggi, Eve, con Lauren Bacall, e Ben Gazzara, e un episodio del film collettivo New York, I love you. A Tale of Love and Darkness è il suo primo vero lungometraggio, quindi non bisogna giudicare frettolosamente questa ragazza!
Il film in fin dei conti è carino, lascia un retrogusto di nostalgica dolcezza. Perciò penso proprio che sia il caso di riprovarci.
Coraggio Natalie!

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