Pablo è morto, ma Narcos vive. In arrivo la terza e la quarta stagione della serie Netflix

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Hanno ammazzato Pablo, ma Narcos è vivo. Volendo citare il cantautore italiano Francesco De Gregori, si può riassumere così l’arrivo della terza stagione della serie tv Netflix che racconta la storia del più importante e potente narcotrafficante della storia, Pablo Escobar.
Narcos 3 non ha ancora una data ufficiale di lancio sulla piattaforma streaming, ma è in lavorazione e sarà trasmessa entro l’anno. La serie tv sui cartelli della droga colombiana avrà anche una quarta stagione, come annunciato qualche mese fa.
La parte no spoiler dell’articolo termina qui, chi ancora non ha ceduto al fascino della docufiction americana sui fiumi di droga tra gli Usa e il Sudamerica, tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli ’90, può concludere la lettura di queste righe per non rovinarsi la suspense crescente di ogni puntata. Gli altri possono proseguire.
L’ultima puntata si era conclusa con la caccia a Pablo Escobar, terminata nel sangue sui tetti della sua residenza da latitante a Medellin. “Viva la Colombia”, urlano al cielo i soldati del Blocco di Ricerca dopo averlo ucciso, impegnati in una lunga ed estenuante lotta al cartello della droga guidato da Escobar, che tante vittime innocenti ha lasciato per strada. Al fianco dell’esercito nazionale c’è la Dea, l’agenzia americana antidroga, con Steve Murphy, il poliziotto statunitense che assieme al collega Javier Peña hanno combattuto l’impero di Pablo senza esclusione di colpi, in cui buoni e cattivi non hanno confini ben delimitati perché «sono concetti relativi in questa storia», come spiega la voce narrante di Steve alla fine della prima puntata. Nella terza stagione, Pablo esce di scena e la trama si sposta sull’ascesa del cartello di Cali guidato dai fratelli Gilberto e Miguel Rodríguez Orejuel.
Il successo di Narcos è dovuto al continuo intreccio tra i piani della realtà e della finzione, tra le immagini del vero Pablo in sella alla motocicletta con i suoi segugi e lo straordinario Wagner Moura che interpreta il “Robin Wood paisà”, così come veniva chiamato Escobar nella sua Medellin perché costruiva ospedali e scuole nei quartieri più poveri, elargiva donazioni ai meno abbienti. Ma, dietro l’apparente benevolenza, c’era un potere sconfinato, frutto della complicità corrotta di poliziotti, avvocati, giudici, giornalisti, politici che avevano reso Pablo il settimo uomo più ricco al mondo con i suoi 25 milioni di dollari, secondo la classifica stilata da Forbes nel 1989.
«Plata o plomo», soldi o piombo, la minaccia rivolta nella prima puntata della serie alle attonite guardie in divisa diventerà il tormentone di Narcos, che poggia le basi della sua popolarità anche grazie alla lingua spagnola utilizzata dai narcotrafficanti, che gli autori hanno deciso di non doppiare. Così su youtube spopola il corso di spagnolo sulle orme della serie tv e le regole del marketing hanno anche creato un videogioco sui narcos e sulla guerra con la polizia e i Los Pepes. Ma l’impero del Patron, ucciso il 2 dicembre 1993 non era finzione, le centinaia di migliaia di vittime del mercato della droga non sono stati attori o figuranti. E Narcos è lì a ricordarlo a chi ha vissuto quegli anni e a chi no, perché «il realismo magico è il racconto puntuale e dettagliatissimo di una realtà troppo assurda per essere vera. E c’è una ragione per cui il realismo magico è nato in Colombia».

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