Non solo una SubCulture: il modo di vivere del Gabber

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Subcultura, quella Gabber, molto prolifera alla fine del secolo scorso. Vincitrice di un disagio giovanile vissuto nei sobborghi di una umidissima Rotterdam. Dipendenti da AirMax, alcool, non poche droghe e dalla Musica Hardocore:

La musica hardcore è un sottogenere della musica techno. La sua caratteristica principale è l’uso di una drum machine con un distorsore in modo tale da generare un’onda quadra con pitch decrescente. –

Un passaggio importante, da sottogenere a subcultura e poi mainstream, per essere portata alla ribalta anche dal modo scoordinato di ballarla: non so se ricordate, la parte superiore del corpo dell’essere Gabber seguiva uno schema relativamente prevedibile, il resto decisamente no. Se siete curiosi, Youtube è ricco di video che spiegano tecnicamente il modo decisamente funny di ballare del gabber, che surclassa gli addicted della drum&base e dubstep, per peggior coordinamento testa corpo.
È una delle sottoculture con un mood rigidissimo nell’abbigliamento, nella musica e per i capelli. Tutto deve seguire delle direttive estremamente precise, quasi militari, cosa prevedibile considerando la dipendenza da un’ideologia che ormai si dice abbandonata.
I marchi amati dalla subcultura meno creativa che abbiamo analizzato sino a questo momento, sono pochissimi, i principali per l’uomo sono 2: Australian e Nike. Dalla tuta alla scarpa tutto deve apparire il più normale possibile. Ovviamente non mancano polo e tute di Sergio Tacchini, Fila e Diadora, marchi che stanno tra l’altro conoscendo una nuova primavera, chi sa come mai.
Con il passare dei ’90 il genere, lo stile, il modo di fare e di porsi è mutato, la musica è diventata sempre più dura, l’ideologia si è spostata sempre di più verso la destra estrema, avvicinando il mondo Gabber a quello Skinhead. Alla fine sono entrambe culture nate coperte delle grigie nuvole del Nord Europa.
Dall’Olanda si è diramata in tutta Europa, grazie all’avvento di internet e della condivisione. Anche in questo caso, la rete ha fatto espandere a macchia d’olio gli stilemi di questa subcultura che ha conquistato il mondo capillarmente, grazie anche alla musica ed i luoghi dove questa veniva fruita.
Così sono salite alla ribalta acide serate passate in luoghi abbandonati o foreste; e così sono nati i Rave, almeno come li conosciamo noi: giganteschi eventi – vagamente illegali – dove fiumi di ragazzi, inaciditi dal disagio, si riversano per sudare tutto il loro disappunto.

Molto più estrosi colorati con una immancabile musica che rende il marchio riconoscibile in tutto il mondo. Da Roma alla sperdute campagne di Seattle, lo stampino resta quello.
Il Gabber, per la musica che ascolta, per il modo di vestire ed il suo modo di ballare, sono la cosa meno glam su cui i miei occhi abbiano avuto il piacere di posarsi. Recentemente Kris Van Assche ci è riuscito. Ebbene sì, perché l’ultima linea di Dior Homme, marchio di cui Van Assche è alla direzione creativa, è appunto ispirata alla cultura gabber. Come si è visto a Parigi, nell’ultima Fashion Week, anche Balenciaga ci è cascato. Kris è riuscito nell’arduo compito di delineare uno stile da rave party prima per Dior e poi lo ha riconsegnato a tutto il mondo rendendolo vendibile ai più. Un gabber più mainstream di così, non c’è mai stato. -Hanno toccato l’apice-.
La musica che stiamo ascoltando in questi ultimi anni ne è la prova: il metallico si mixa del tutto con il digitale e l’hip hop. Le basi sono sempre più dure, ci si aspettava un ritorno ad una subcultura di questo genere e alla fine le stiamo rivivendo tutte in fila dal vaporwave al seapunk, all’healtgoth sino al Gabber appunto, gli ultimi dieci anni ci hanno riassunto la tarda seconda metà del secolo scorso con una stancante carrellata di stili.
D’altronde, con il ritorno di Will&Grace, l’imminente di Charmed della Tata onnipresente, con il ritorno di Trainspotting una vita dopo, era inevitabile un ritorno agli anni ’90 e ad un’acidità di questo genere.
Cultura, nemmeno troppo sub, quella Gabber, dato che ormai stiamo parlando di una moda, ricca di un disagio proprio della generazione che in quel periodo era troppo giovane per fare, ma non per vivere da spettatore che prendeva nota. I millennials hanno incartato e portato a casa, gli Z imparano dai fratelli maggiori, e tra qualche anno tireranno fuori una versione genderfluid del Gabber che già non peccava di genderizzazione estremizzata se non nel modo di fare.

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