Lo ius soli e un diritto negato senza un perché

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Loro malgrado sono riusciti a spiegare meglio di chiunque altro il significato dell’espressione latina più in voga negli ultimi giorni. “Italiani si nasce, non si diventa” recita lo striscione di Forza Nuova posizionato nelle vicinanze della sede dei partigiani dell’Anpi e del Pd a Milano. Voleva essere una forma di protesta ma, in realtà, si è rivelato un magnifico epic fail: a patto che ci siano alcuni requisiti da rispettare, chi nasce in Italia è italiano, è, infatti, lo spirito dello “ius soli”, il disegno di legge 2092 che in questi giorni è in discussione al Senato dopo essere stato già approvato dalla Camera nel 2015.
Nel primo giorno di dibattito a Palazzo Madama è stata subito bagarre con i senatori della Lega che hanno esposti cartelloni polemici e hanno occupato i banchi del governo. La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli è dovuta addirittura ricorrere alle cure mediche in infermeria. A favore della legge ci sono il Pd e le altre forze di sinistra (Mdp ovvero i fuoriusciti dai Democratici e Sinistra Italiana), mentre Forza Italia e il Carroccio voteranno contro. Più ambigua la posizione del M5S che ha preannunciato l’astensione, con Di Maio e Grillo che hanno definito il testo «uno strumento di propaganda» e «un pastrocchio invotabile». I numeri al Senato per la maggioranza sono più ballerini, anche se potrebbe crearsi un inedito trio Pd, centristi, altri gruppi di sinistra visto che il leader di Alternativa Popolare e ministro degli Esteri, Angelino Alfano, ha espresso il suo parere favorevole al testo. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, si è augurato che la norma possa essere approvata entro l’estate o comunque entro l’anno.
Attualmente in Italia, dal 1992, la cittadinanza è acquisita con lo ius sanguinis, il diritto di sangue: chi nasce in Italia da almeno un genitore italiano è italiano. Se il bambino nato nel nostro Paese ha genitori stranieri deve aspettare la maggiore età per chiedere la cittadinanza italiana dopo aver vissuto sul territorio italiano in maniera legale e ininterrotta.
La riforma non prevede un vero e proprio ius soli (diritto del suolo), in vigore ad esempio negli Stati Uniti ma non nell’Ue, quanto uno ius soli cosiddetto “temperato”: un bambino nato in Italia può chiedere la cittadinanza italiana se almeno uno dei genitori vive legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se i genitori sono cittadini extra Ue, i requisiti aumentano e sono: un reddito non inferiore all’importo annuo del reddito sociale; un alloggio idoneo secondo i parametri previsti dalla legge; un test di conoscenza sulla lingua italiana.
Un’alternativa allo ius soli temperato è lo ius culturae, in cui diventa fondamentale la scuola: il minore nato in Italia o arrivato entro i 12 anni di età può chiedere la cittadinanza se ha frequentato la scuola italiana per almeno cinque anni, superando almeno in ciclo scolastico (elementari o medie) e i genitori devono avere un regolare permesso di soggiorno.
Il paradosso tutto italiano è che l’attuale normativa riconosce la cittadinanza italiana ai figli degli emigranti residenti all’estero ma non ai figli degli immigrati nati in Italia, visto che finora il diritto di sangue prevale sul diritto del suolo.
Dallo ius soli, così come previsto nel testo in discussione al Senato, sarebbero esclusi gli stranieri: titolari di un permesso di soggiorno di breve durata; in soggiorno per motivi di studio o lavoro; in soggiorno per motivi di protezione temporanea o per motivi umanitari; in attesa di una decisione sulla richiesta di protezione internazionale o che l’abbiano già ricevuta; titolari di uno status giuridico particolare previsto dalle convenzioni internazionali.
Secondo gli ultimi dati della Fondazione Leone Moressa, elaborati in base alle rilevazioni Istat, gli stranieri minorenni residenti in Italia sono poco più di un milione (1.065.811). Stando gli studi della Fondazione, potrebbero beneficiare dello ius soli temperato circa 634mila minori stranieri (figli di genitori che risiedono in Italia da almeno cinque anni) mentre con lo ius culturae sarebbero 166mila.
Consentire a chi nasce in Italia da genitori residenti in modo stabile e legale nel nostro Paese è una proposta di civiltà e umanità. E’ una scelta, non un obbligo, a favore di chi cresce nelle nostre scuola, nelle nostre strade, nei nostri oratori accanto ai nostri figli e ai nostri nipoti, pienamente integrato nelle nostre tradizioni, costumi e abitudini. Approvare lo ius soli (temperato) sarebbe anche un segnale di forza, di responsabilità che non cede alla paura del diverso, dello straniero. O ai sentimenti della pancia, come ha ricordato il segretario della CEI, mons. Nunzio Galantino: «Tutte le leggi sono perfettibili. Ma un conto è analizzarle nel merito per migliorarle. Un altro – prosegue – è vedere che tra i contrari c’è chi neanche legge il testo e fa politica unicamente per rincorrere il proprio successo perché vuol fare solo il proprio interesse».
Anche perché, qualcuno dovrebbe pur dirlo, dietro quel “prima gli italiani, prima i disoccupati” si nasconde un gretto e malcelato razzismo che antepone lo status burocratico (o sanguinis, appunto) a quello umanitario, secondo cui se davvero deve esserci qualcuno prima, dovrebbero essere le persone, senza se e senza ma, senza bandiere, senza colore della pelle.
Come se, infine, l’essere italiani (o come qualsiasi altra nazionalità) fosse un impianto monolitico, intangibile nel corso dei secoli, e non una massa amorfa figlia di ripetute invasioni di popolazioni, e quindi di sangue, tradizioni, costumi, abitudini.
Una xenofobia conseguenza dell’ignoranza: in questo caso non ci sarebbe diritto di cittadinanza che tenga.

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