Lo Choc dell’Italia Fuori dai mondiali non sembra passare! Ma non è tutto da rifare

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Francis Ford Coppola aveva immaginato la sua “Apocalypse now” tra gli elicotteri nel cielo rosso arancio della guerra in Vietnam. Per Carlo Tavecchio e Gian Piero Ventura l’apocalisse ha i colori verde del prato di San Siro e giallo della maglietta svedese. La nazionale italiana di calcio non si è qualificata ai prossimi Mondiali in Russia nel 2018: non accadeva dal 1958 (organizzati dalla Svezia, chi si rivede), edizione in cui le squadre partecipanti erano 16 e non 32 come accade da Francia ’98.
Quando alle 22.41 di lunedì 13 novembre l’arbitro spagnolo Antonio Mateu Lahoz ha fischiato per tre volte la fine dello spareggio playoff contro la Svezia, l’Italia tutta è piombata in un incubo che durerà almeno fino al 2022, anno del Campionato del mondo in Qatar. Le lacrime del capitano Gianluigi Buffon, alla sua ultima gara azzurra dopo 175 presenze in vent’anni di carriera, recordman assoluto, a fine gara sono le lacrime e la disperazione di un Paese intero. Sono lacrime diverse: non sono quelle di Roberto Baggio dopo la finale persa contro il Brasile a Usa ’94 o quelle di Aldo Serena dopo la semifinale contro l’Argentina di Italia ’90. No, queste sono le lacrime nuove di tante generazioni che per la prima volta sperimenteranno un Mondiale da spettatore, senza il pathos dell’attesa, l’ansia della partita, l’emozione dell’inno, la curiosità di conoscere le squadre avversarie, il clima da 60 milioni di commissari tecnici attorno a una pizza e una birra, di fronte a un televisore. Niente ItaliaBrasile, niente ItaliaGermania, niente ItaliaFrancia, scritto tutto attaccato, con un unico fiato. Non ci sarà tutto questo, mancherà agli adulti, mancherà soprattutto ai bambini visto che, ogni quadriennio, quella Coppa in oro accompagna le nostre estati, le nostre vite.
L’assenza dei quattro volte campioni tra le 32 qualificate in Russia avrà non solo ripercussioni sociali, come evidenziato da Buffon a caldo con impressionante lucidità. Ballano tra i 100 e i 150 milioni di euro tra conseguenze dirette e indotte, tra sponsorizzazioni ridimensionate e perdita del brand Italia, tra diritti tv al ribasso e mancati premi dalla Fifa.
Eppure, l’apocalisse scongiurata dai vertici della Nazionale alla vigilia dello spareggio era evitabile. Il processo imbastito al sistema calcio dopo l’eliminazione azzurra ha certamente un fondo di verità, tra impianti carenti e settori giovanili che non sfornano più fuoriclasse. Ma la posta in palio non era la vittoria del Mondiale: è stata fallita la qualificazione e, fuori da ogni discussione, sarebbe certamente bastata l’attuale squadra azzurra, con ottimi giocatori e potenziali campioni (Immobile, Belotti, Florenzi, El Shaarawy, Jorginho, Bernardeschi, l’oggetto della discordia Insigne) contro una selezione svedese, orfana di Ibrahimovic, in cui il maggior talento è Forsberg, centrocampista talentuoso del Lipsia ma ampiamente alla portata della nostra difesa, sebbene un po’ anziana. E invece non è andata così, complice una gara d’andata in cui gli azzurri hanno fallito l’approccio alla gara, figlio probabilmente di un atteggiamento presuntuoso e sintomo di un malessere diffuso tra guida tecnica e spogliatoio. Gian Piero Ventura ha perso il comando della squadra dopo la sciagurata partita di Madrid, in cui l’Italia è stata sconfitta 0-3 dalla Spagna a settembre. Da lì in poi, l’ex tecnico del Torino è andato in confusione, dimostrando di non avere quella caratura professionale e internazionale necessaria per sedere su una panchina così prestigiosa. L’uomo Ventura merita rispetto per una carriera dignitosa nella provincia italiana, ma avrebbe dovuto presentarsi immediatamente dimissionario al termine del match con la Svezia: ha fallito l’obiettivo prefissato e, da ct, è il principale responsabile, ma non il solo. Invece è rimasto attaccato alla poltrona per tre giorni prima dell’esonero, probabilmente per intascare lo stipendio che gli spettava fino alla scadenza del contratto. Non lascia neanche Carlo Tavecchio che, anzi, dopo aver raddoppiato con la rielezione al vertice della FIGC probabilmente triplicherà: gli basterà portare un nome di primo rango (in pole c’è Ancelotti) per anestetizzare un movimento che oggi lo identifica come principale dirigente da mandare a casa.
Un malumore che attraversa l’Italia da Torino a Palermo in cui, come spesso accade, le strumentalizzazioni hanno vita facile. Nel dibattito post eliminazione ha fatto breccia la caccia allo straniero: stop all’invasione, è il copia incolla di chi è facile profeta in una mare spesso navigato da fake news. Come in questo caso: basterebbe mettere il proprio naso fuori dai confini del Brennero per sapere, ad esempio, che nella Premier league inglese il 67% dei calciatori è straniero, in Portogallo il 57%, in Italia il 53%, in Germania il 52%, in Francia il 49%, in Spagna il 42%. Una tendenza generalizzata di massiccia presenza estera nei maggiori campionati europei che riflette un mondo globalizzato dal quale non si può tornare indietro. Inghilterra, Portogallo (campione d’Europa), Germania (campione del mondo), Francia e Spagna saranno in Russia, l’Italia no.
Eppure il tanto bistrattato vivaio italiano sembra comunque offrire barlumi di speranza, visto che nei mondiali under 20 dello scorso giugno l’Italia di Alberigo Evani si è classificata terza, perdendo solo in semifinale contro i futuri campioni inglesi. Il problema sembra sorgere nell’ultimo salto della filiera calcistica: il trampolino di lancio verso il professionismo ad alti livelli non è ancora alla portata di tanti giovani talenti.
Come si riparte? E’ la domanda che serpeggia in tutta Italia, dai bar alle stanze della Federazione. La risposta non può essere univoca di fronte a un fatto sportivo così drammatico. Negli anni ’90 la Francia non partecipò a due edizioni consecutive del Mondiale (1990 e 1994) prima di vincere quello in casa nel 1998. Noi non disputeremo, al momento, alcuna edizione da nazione ospitante (leggi il tema delle strutture di cui sopra), a oggi ci accontenteremmo almeno di parteciparvi. Prima però c’è un Europeo nel 2020 che oggi sembra molto lontano. Come è lontana anche la Russia nel 2018.

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