Guardiamoci negli occhi e sabotiamo la società attuale: l’arte di Claudio Francesco Maria Simonetti

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L’atto di coraggio è racchiuso nel guardarsi dritto negli occhi. Una forza non così ovvia in una società fatta di specchi e vetrine, che fugge e che non dà il tempo di aspettare. L’arte di Claudio Francesco Maria Simonetti, sospesa tra poetesse con disturbi cognitivo comportamentali, tatuaggi e denti da latte, vuole ricucire l’infanzia e l’oggi, mettendo in ordine gli impulsi veicolati da ciò che ci circonda. E lo fa dandosi una seconda possibilità, rischiando, ma con la forza dell’attesa, unica forma per la sopravvivenza delle anime sensibili.

Nella tua serie di ritratti, tra spettatore e volto disegnato c’è un continuo gioco di sguardi. Una provocazione? Un invito a voler andar oltre l’aspetto esteriore e guardare ciò che c’è di genuino nell’animo?

Viviamo in un Secolo complicato, di grandi contraddizioni, incomprensioni, di superficialità, di facili applausi e di luci che, con la stessa disforica velocità, si accendono e si spengono. Un secolo dove “Instagram” è una competenza da inserire nel Curriculum Vitae e i Followers sono un metro di valutazione della persona; un secolo dove si ha la tendenza nel raccontarsi menzogne. Andare oltre, guardare, osservare attentamente, fermarsi a respirare profondamente diventa fondamentale per la sopravvivenza delle anime sensibili, per la ricerca di Bellezza e Verità. Guardarsi dritto negli occhi è un atto di coraggio.

Nei tuoi ritratti si gioca molto per ossimori: orecchini, septum, tatuaggi si mescolano a cuori stilizzati, fiori e richiami Disney. C’è una correlazione?

Per anni ho tenuto separato il mio parallelismo tra moda (sono uno shoes designer) e arte, ma con il passare degli anni ho unito le due strade nelle mie illustrazioni, ritagliandomi uno spazio di libertà fuori dai circuiti dell’arte che sono identici a quelli della moda. La correlazione tra elementi della Disney, Septum e Tatuaggi altro non sono che uno spaccato sociale del nostro tempo. Per me è importante illustrare l’Oggi attraverso il mio vissuto. Qui Ora.

Il tuo stile è una miscela riuscita di ispirazioni differenti: unisci pop e gotico, rosso carnale alla bicromia bianco-nero. Quali influenze (artistiche/letterarie/consumistiche) hanno portato a caratterizzare la tua arte?

I miei riferimenti artistici sono Felix Gonzalez Torres, Boetti, Merz, Vaccari, Gina Pane, Louise Bourgeois, Matthew Barney, fino alla più giovane Marzia Migliora dove nel loro lavoro il corpo è sempre presente.
L’incontro con Franko B è stato fondamentale per la mia ricerca artistica, durante il piccolo pezzo di strada in cui mi ha accompagnato: Franko mi ha insegnato a percepire il corpo, a sentirlo e a non averne paura o vergogna.

Sono un appassionato di poesia, principalmente di poetesse che hanno avuto disturbi cognitivo comportamentali: Antonia Pozzi, Alda Merini, Etty Hillesum, Sylvia Plath, Emily Dickinson, Cristina Campo, sono solo alcune delle poetesse che hanno cambiato la mia percezione del “sentire e del vedere”. Il loro rigore e dedizione alla poesia e all’amore, che si avvicina molto alle storie delle mistiche religiose, hanno dato alla mia ricerca artistica una disciplina per me fondamentale in un secolo di qualunquismo e approssimazione, dove la parola ARTE è assolutamente utilizzata a sproposito, e dove, l’avere successo o l’essere popolari, viene scambiato per Arte.

Ti sei trasferito a Milano – che direi essere – LA città per eccellenza dove cercare stimoli, attrazioni, contaminazioni. Come si inserisce la tua arte nella contemporaneità? Provi a “giocare” con quello che ti circonda o attraverso la tua arte ti rifugi in un’altra dimensione?

Amo Milano perché è una città dove ho scelto di vivere. Non è una città facile. L’ho sempre vissuta ai margini senza farmi travolgere dalla sua frenesia e dalla sua bulimia. Molto spesso ciò che mi arriva dall’esterno ha una tale violenza che disegnare diventa un modo per filtrare, metabolizzare e mettere in ordine la velocità dei giorni. Le illustrazioni sono la mia corazza dove esisto difendendomi.

I tatuaggi sono elementi costanti nella tua arte e nella tua vita: quanto stanno influenzando la moda o sono diventati essi stessi moda? E’ una forma di espressività ancora stigmatizzata?


E’ difficile rispondere a questa domanda in maniera generale, ognuno ha la sua storia, il proprio vissuto. Sicuramente vedo tanta leggerezza nel tatuarsi, ci si dimentica che un tatuaggio ti segna per sempre.
Per quello che mi riguarda tendo a disegnare i miei tatuaggi e li lascio su carta dei mesi, in alcuni casi anche un anno e quando riguardo il disegno capisco se devo tatuarlo o meno, se mi deve appartenere.
Sono legato ai miei tatuaggi perché sono la mappa dei miei ricordi, delle persone che amo, dei miei pensieri e punti di rifermento, delle cose che tendo a dimenticare (togliere dalla mente), scordare (togliere dal cuore).


Ho visto alcune tue installazioni precedenti: da “Ho ucciso la notte”a “7 giorni”, passando per “Yo soy” e per il dente da latte, c’è un costante richiamo ai denti. Ce lo puoi spiegare? Cosa ti affascina?


Durante il workshop “Long Live Romance”, mi venne chiesto di progettare una performance inspirata a un ricordo della mia infanzia. Il ricordo era legato alla caduta dei miei denti da latte e a mia madre che legava un filo sottile al mio dente dondolante per poi tirarlo e farlo cadere, dando la possibilità al nuovo dente di nascere. Una Seconda Possibilità. Durante la performance presi un filo e legai un’estremità al mio dente incisivo e l’altra estremità del filo la legai al portone dell’ex Monastero che ci ospitava.
Il filo era in tensione, per un’ora, e in qualsiasi momento chiunque avrebbe potuto aprire il portone facendo saltare il mio dente decidendo, così, il mio destino. Bisogna sempre rischiare, o almeno, io rischio sempre per darmi una seconda possibilità, cambiando le cose che non mi piacciono e che non mi danno serenità.


Quale dei tuoi lavori ti ha maggiormente “preso” emotivamente?

“Fra Cinquat’anni (con Amore)” è un trittico fotografico. E’ il primo lavoro che ho presentato nell’aula 1 del professor Garutti all’Accademia delle Belle Arti di Brera. Ho ricostruito il letto appartenente a mia nonna, con la stessa struttura e le stesse lenzuola, appoggiando sui cuscini dei denti. Ci si conosce a giovane età, con un’estetica piacevole, il tempo passa accompagnando le incomprensioni, le bugie, le parole strozzate, quelle urlate, quelle che sono consumate e hanno fatto quello che potevano…tutto passa dalla bocca, dai denti insieme alla saliva. Se un amore è in grado di superare tutte le avversità e il degrado del tempo, allora questo amore si consacra e diventa icona.

Come scrisse Anaïs Nin nei suoi diari: «L’amore non muore mai di morte naturale. Muore per abbandono, per cecità, per indifferenza, per averlo dato per scontato, per inanità, per non essere stato coltivato. Le omissioni sono più letali degli errori consumati».

Quale aspetto umano vorresti indagare nel prossimo futuro? C’è qualcosa che ti attira e che vorresti veicolare con la tua arte?


Il fulcro della mia ricerca continua a essere l’Attesa. Il tempo dell’Attesa è un elemento che mi ha sempre affascinato. E’ un tempo sospeso dove le emozioni sono amplificate dall’aspettativa di ciò che ci attende, di ciò che sta arrivando. Si aspettano continuamente risposte, si aspettano parole, si aspettano persone, amori, feedback lavorativi, si aspettano concerti, si aspettano situazioni, amici, viaggi. Credo che continuerò a studiare questo tempo, soprattutto in un periodo storico dove tutti hanno fretta e nessuno ha più la forza di aspettare. A me non spaventa aspettare. Non ho fretta.

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