Dove siamo?

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dove siamo

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Caro amico,

le vicissitudini a cui pensavo quel giorno si aggrovigliavano l’un l’altra, in particolare avevano attirato la mia attenzione alcuni eventi e una domanda a cui cercavo di rispondere: ma dove siamo finiti? Di sottofondo a rubarmi l’attenzione c’era la Brexit votata favorevolmente da qualche settimana, poi un articolo riguardante Snapchat letto su Linkedin quella mattina e una mostra di Ai Weiwei al parco del Belvedere di Vienna che avevo appena visto su Domus.
La Brexit caro amico è stato un momento in cui la compagine di ormai anziani e disillusi baby boomers aveva deciso che, siccome non era mai stata in grado di fare nulla di grandioso nella loro storia, perché sostanzialmente era una generazione di bimbi accuditi come principini, che si sono goduti il boom economico possibile solo grazie ai sacrifici dei loro genitori, era meglio non smentirsi e andarsi a rinchiudere in cameretta col salvadanaio a forma di porcellino pieno di tutti i soldini che papà e mamma ormai deceduti gli avevano lasciato.

L’articolo che parlava di Snaphchat invece voleva dire a tutte le agenzie di marketing e comunicazione che il lavoro che fanno è già vecchio, che le loro metriche su Facebook e Instagram è roba da antenati e che oggi “I Giovani” (quali giovani? Come se fossero tutti uguali, pensavo tra me e me) sono da un’altra parte… sono super-veloci, super-dinamici e per questo il vero motore del marketing del futuro era Snapchat. Erano tutti talmente “super” che non ti sto nemmeno a dire quali erano i personaggi con più following… non ci crederesti.
Poi c’era Ai Weiwei e la sua mostra dove aveva composto degli enormi fiori di loto legando in cerchio dei giubbotti di salvataggio e li aveva messi sullo stagno barocco del parco del Belvedere di Vienna, proprio a voler affrontare quella che allora era la crisi dei rifugiati che arrivavano dall’Africa e dal Medio Oriente in Europa a causa delle guerre che stavano distruggendo i loro paesi. Proprio a Vienna, in Austria, che in quei giorni, non ci crederai, nonostante fosse uno dei paesi con meno immigrazione tra quelli europei, stava mettendo delle barriere al valico del Brennero perché non si fidava dei controlli che faceva l’Italia. Sai l’Italia da anni stava accogliendo e andando a prendere in mare migliaia di persone tutti i mesi, però è vero, quattro o cinque gli erano sfuggiti… quegli italiani, non ci si può mai fidare!

A parte le battute, allora caro amico, non capivamo molto di quello che stava succedendo, non è come ora, che abbiamo le idee così chiare e un’idea della vita terrena così ben compresa.
Caro amico, a quei tempi pensavamo che questi eventi che capitavano, non centrassero nulla uno con l’altro.
Le metriche di Facebook per vendere biscotti e la guerra in Siria? Le mostre di artisti e dissidenti politici che cosa hanno a che vedere con la Brexit? Ci saremmo detti.
Abbiamo capito solo dopo aver perso tutto che la generazione al comando era fatta da ruoli impostati, da personaggi e non da persone, e che la spinta trainante delle decisioni, a livello politico, ma anche nel quotidiano di ogni persona, non era una spinta, era un freno… era la paura che ci guidava, cioè era come avere un cieco al volante, perché si sa, la paura acceca.
Quella caro amico non era l’era dei monaci guerrieri, non era l’era delle persone capaci di vedere, quella era l’era dello yoga fatto all’aperto in cinquemila per volta perché lo shopping compulsivo non funzionava più ad alleggerire i dissapori familiari.
Era quella un’epoca in cui essere degli illusi era una bestemmia ed essere invece dei disillusi era considerata una virtù, non sapevamo ancora che illuderci con tutto il nostro essere rendeva vere le nostre illusioni.

Non lo sapevamo, ma lo stavamo facendo, solo che le nostre illusioni, erano illusioni dettate da paura e cinismo. Cioè, ancora non sapevamo che i disillusi sono illusi dalla forza del cinismo. Crescevamo giovani generazioni ormai convinte che la conoscenza dell’armonia delle architetture non fosse nulla a confronto con quante scarpe può far vendere un fashion blogger.
Pensa, caro amico, che aziende capaci di costruire pezzi di design di una qualità mai raggiunta prima nella storia dell’intera umanità dell’uomo non aveva un centesimo del seguito di uno youtuber che si tira tutti i giorni delle schifezze in faccia e fa apologia di qualche altra stupidaggine trovata sempre su internet.
Pensa caro amico che mentre il mondo si faceva ancora le guerre di religione come duemila anni fa, nessuno spiegava in tv cosa dei fantastici scienziati scoprivano al Cern di Ginevra.

Pensa amico mio, pensa che in tv c’erano tutti i giorni interviste a personaggi che non serviranno mai a nulla nella storia dell’uomo e non c’era mai un’intervista a Stephen Hawking, a Shirin Neshat o pensa caro amico che nelle tv a pagamento, le serie televisive erano appunto a pagamento, mentre i canali (o il canale) d’arte erano gratis, e… no, caro amico, non erano gratis perché l’arte è importante ed è considerato un bene primario, no caro amico, erano gratis perché tanto non avrebbe avuto una resa economica ugualmente tanto poche erano le persone interessate.
Pensa caro amico, che costava di più entrare allo stadio che al museo. Ci pensi che a quei tempi un giocatore di calcio poteva guadagnare centinaia di migliaia di euro alla settimana e i giovani che volevano lanciare aziende nuove per migliorare la qualità della vita di tutti si ammazzavano per trovare un finanziatore che gli desse una mano, dopo che la generazione stessa dei loro genitori gli aveva tolto anche la speranza del futuro.
Pensa caro amico, che alle volte quei ragazzi lavoravano mesi e mesi, senza remunerazione, a spese loro e senza nessun incentivo… e se avevano la forza di arrivare a costruire qualcosa e dopo aver battuto tutta la concorrenza a qualche concorso, forse gli davano 15.000 € per progetti che minimo ne avevano bisogno di dieci volte per essere commercializzati… Pensa amico mio, che qualcuno c’è riuscito comunque, un miracolo praticamente.

Ma soprattutto, ci pensi caro amico, che nonostante tutto ciò, sono qui a raccontartelo.
Sì perché abbiamo capito che i disillusi, estremamente illusi di avere ragione su ogni cosa, sono persone vuote, che si riempiono solo dell’idea che hanno di sé stessi e pian piano li abbiamo estirpati dai ruoli di potere e rimesso al centro le persone che sanno di essere vuote solo senza la curiosità per l’altro.
Infatti col tempo la nostra società si è ripresa, abbiamo capito che le persone curiose, che si interrogano, quelle che vogliono sperimentare cose nuove, quelle persone a cui piace sapere cosa fanno gli altri, quelli diversi da loro, raramente hanno gusti uguali.
Sì caro amico, le persone curiose, sono curiose di cose differenti in momenti differenti della loro esperienza di vita. Le persone curiose, sono tutte diverse.

Noi a quei tempi avevamo appena capito che tutti gli aspetti della vita sociale ed operosa di una società fanno parte del suo commercio, che è il cibo di una comunità, quello che le permette di vivere e poi fare tutte le esperienze di cui necessita il loro percorso.
Ma amico mio, i sistemi mentali e commerciali, nonché produttivi e distributivi erano rimasti molto indietro, non come tecnologia, anzi, per quella eravamo più che a posto, ma come pensiero.
Parlavamo di break even point, ma non capivamo che era quello a doversi piegare alle nostre necessità e non viceversa. Perché sai, se tu aspetti sempre di raggiungere un profitto, mettendo le persone al servizio dell’economia e non l’economia al servizio delle persone, questa porterà, per poter aumentare il profitto sulla singola unità, alla semplificazione dei modelli produttivi, poi alla semplificazione dei prodotti distribuiti e infine alla semplificazione dei gusti delle persone. Persone che vogliono tutte la stessa cosa, sono persone che non hanno mai parlato con sé stesse.
Ai tempi amico caro ancora non ci eravamo chiesti come mai volessimo tutti le stesse cose? Ma ti sembra normale? Siamo tutti diversi, ma allora volevamo tutti le stesse cose, oggi sembrerebbe una cosa da pazzi. C’era per forza qualcosa che non andava, mi dicevo.

Comunque amico caro, eravamo su quella via, sulla massificazione dei gusti e sulla ricerca continua del profitto per comprare cose senza gusto. Le persone spesso non sapevano nemmeno che quello che compravano non lo decidevano loro, perché potevano scegliere solo quello che l’economia aveva messo loro a disposizione.
Molti uomini d’affari di quel tempo a tali affermazioni mi avrebbero detto che non c’era mai stata tanta scelta di prodotti in tutta la storia dell’uomo con frasi del tipo: “basta entrare in un supermercato qualsiasi per vederlo.”
Ed era vero amico mio, mai il commercio era stato tanto ricco di prodotti diversi e così colorato, solo che il pensiero era uguale per tutti. Le persone compravano migliaia di prodotti diversi, ma con un solo singolo modo di pensare.
Quella era l’economia del pensiero unico: comprare quello che mi fa apparire come vorrei essere.
Si vendeva secondo quel metodo anche l’insalata. Sai a che cosa ci siamo accorti che avrebbe portato quella ideologia della continua insoddisfazione da soddisfare? Ci siamo accorti che avrebbe portato a una malattia chiamata “insoddisfazione cronica dell’esistenza”.
Il gioco mentale era estremamente ben costruito, il mondo era pieno di ogni ben di Dio, ma tu ti sentivi sempre con un bisogno da colmare. La malattia più grave vista dalla nostra società di allora era infatti chiamata “la stagnazione dei consumi”, se ti sentivi già soddisfatto non compravi più e il meccanismo si fermava.

Poi entrava in atto un altro sistema, quello della catena produzione-distribuzione-vendita che se riusciva a creare un solo prodotto per molte persone poteva essere economicamente in positivo. Cosa succedeva quindi? Succedeva che ci si ritrovava tutti con dei “set di bisogni” tutti uguali, e nonostante avessimo tutti queste enormi somiglianze, la sensazione di insoddisfazione ci faceva preoccupare solo dei nostri bisogni e non ci faceva più parlare con gli altri, ti faceva sentire distante. Questo per due motivi, il primo motivo di distanza era dettato dal fatto che avendo gli stessi bisogni, i dialoghi non erano poi tanto interessanti, e secondo, ci interessava di noi stessi e non degli altri. Eravamo diventati tutti diversi fuori e uguali dentro.
A quei tempi si era da qualche anno iniziato a parlare in ambito aziendale di Inbound Marketing e Story Telling, per entrare in contatto armonioso e fluido all’interno del flusso comunicativo con il pubblico, in modo da interessare gli utenti ai prodotti e servizi che c’erano sul mercato senza interrompere il loro flusso di vita normale.
Era un primo passo, ma la verità era che il sistema doveva essere rifondato dalle basi. Le persone dovevano tornare a confrontarsi con le altre persone e capire che la diversità altrui è il primo mezzo di crescita personale. Questo poi l’avremmo traghettato anche nel mondo del commercio, dove, proprio come è adesso caro amico, le persone comprano migliaia di prodotti, per migliaia di ragioni diverse.

Un tempo dove la mania del controllo è stata bandita come sintomo di paura, la stessa che ci faceva stare lontani dalla diversità, e abbiamo accettato il prezzo di vivere in un mondo strano, ognuno con le sue idee, ma consci che le altrui idee potrebbero influenzare le mie e nel continuo scambio di opinioni, prodotti, sensazioni, suggestioni e nella continua evoluzione dell’io mai uguale a ieri si staglia l’idea di una società fluida, che non si chiude in una Brexit, che non ha più bisogno che Ai Weiwei ci dica di fare attenzione alle persone che muoiono in mare e che i giovani, sono tali solo biologicamente, ma ognuno di loro ha il dovere di mettere al mondo se stesso nella sua unica e quotidianamente irripetibile maniera.
Quindi abbiamo capito che omogenizzare i consumi, aiuta un’economia basata su una società chiusa, dove gli individui preferiscono avere tutti le stesse idee altrimenti si rischia di discutere e dove il bisogno installato di continua insoddisfazione personale fa crescere esponenzialmente il livello di chiusura verso gli altri.

Oggi abbiamo capito che ogni singolo ha bisogno del suo sistema di vita e quindi anche economico. Ognuno compra in base al suo pensiero che è oggi quello che non sarà domani, nel rispetto del suo diritto ad evolvere quotidianamente.
E durante quegli anni di innovazioni tecnologiche, mentre alcuni si preoccupavano che l’intelligenza artificiale potesse un giorno mettersi al posto di comando, la gran parte della società ci stava già mettendo l’economia.
Oggi l’abbiamo capito amico caro, ma c’eravamo andati molto vicino a mettere l’economia al posto degli esseri umani.
Poi stamattina mi sveglio, tu amico caro, sei ancora da incontrare, un uomo a messo al posto di se stesso alla guida della sua vita il fanatismo religioso e ha fatto una strage a Nizza uccidendo e ferendo decine e decine di persone senza alcun ritegno. Allora smetto di parlare e ti dico solo che un giorno ti racconterò questa storia di cambiamento, ma per oggi è ancora tutto da fare.

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