Vado a vivere alle Gili

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Quanti di voi hanno detto almeno una volta nella vita: “Basta, mollo tutto e vado a vivere in qualche paradiso tropicale senza problemi e stress!”. Capita soprattutto in questo periodo dell’anno. L’estate è lontana e a Natale manca più di un mese.
Se sta capitando anche a voi, dovete saperlo: in Indonesia esistono tre isolotti chiamati Gili Island, dove non si possono usare auto, motorini, autobus, niente che abbiamo un motore. Sono isolotti di 6 chilometri quadrati e si possono percorrere interamente a piedi, in bicicletta o con il tipico carretto trainato da un cavallino, che non è un pony, ma una razza tipica delle Gili.
Immaginate un posto dove non c’è da fare nulla all’altro che passare la giornata stesi su un lettino su una spiaggia bianca, con un mare è come quello che avete solo sognato nei film, una barriera corallina generosa, a pelo d’acqua potreste vedere pesci tropicali di ogni genere. Sono isole immerse nel verde ad appena un’ora e mezzo di barca da Bali. Un sogno!
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C’è l’isola di Meno, Air e poi c’è Trawangan, che forse sta diventando troppo turistica e trafficata, anche in bicicletta.
Facendo una passeggiata per lo stradone che segna il perimetro di Trawangan ci sono solo localini dove poter gustare pesce arrosto, negozietti dove vendono solo vestiti da spiaggia e costumi. Certo mangiare indonesiano per più di una settimana rischia di stressare l’intestino e il palato. E allora perdendovi nel mercatino centrale di Trawangan potreste imbattervi in gusti più familiari.
A me è capitato proprio questo. Scorrendo ristorantino dopo ristorantino mi è capitato di imbattermi in una insegna familiare: “la Dolce vita”.
Mi sono affacciata curiosa e mi è sembrato di avere un miraggio, come quelli dei viaggiatori nel deserto, quando dal vetro della cucina a vista ho adocchiato panzerotti, che qualcuno conoscerà come calzoni, e focacce, proprio come quelle pugliesi! Mi sono avvicinata e tentennante ho chiesto un panzerotto. Morso dopo morso mi sono sentita in Puglia. I miei occhi si sono chiusi e ho capito che dopo tre settimane il mio palato poteva rilassarsi e gustare.
I fautori di questo sogno sono tre italiani. Io ne ho conosciuti solo due Giovanni Mele, di Lecce, portatore sano di “focaccia” e Giovanni Laporese, il cuoco.
Si sono conosciuti alle Gili e hanno deciso di imbarcarsi in questa impresa.

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Come siete arrivati a vivere a Trawangan?
Giovanni Mele: «Io sono venuto all’incirca quattro anni fa alle Gili, c’era un’amica di mia madre che apriva un hotel fronte mare, lei cercava un manager. La mia idea era di venire a vedere qui come era la situazione e vedere come fosse gestire un hotel. Era un amica di mia madre però, non mia. Dopo 10 giorni, ho capito che non era il caso. Così ho cercato un pezzetto di terra, l’ho trovato e piano piano ho costruito un piccolo hotel, ora poi abbiamo aperto il ristorante».
Giovanni Laporese: «Io venivo in vacanza con la mia ragazza. I suoi genitori hanno un hotel qui, ci siamo conosciuti, è nata un’amicizia poi l’anno scorso parlando abbiamo detto “ma perché non lo facciamo?” e abbiamo creato, anzi abbiamo rifatto il “Dolce vita”».
Ma non tutto è semplice come sembra.
Giovanni Mele: «Trawangan è una piccola isola, indonesiana, è tutto difficile. Tutto quello che si vede arriva da altre isole. In Indonesia, magari a livello cartaceo c’è qualche possibilità di fare le cose più in fretta, ma a livello materiale e pratico, dal reperimento dei materiali alla costruzione al cose base, come reperire i lavoratori, muratori. La serietà insomma. Qui c’è carenza di professionalità, non esistono persone professionalizzate. Quindi tutto quello che tu fai, deve essere portato a termine da persone che tu stesso devi preparare».
Trawangan effettivamente è un isolotto che si è sviluppato pochi anni fa. Quindi gli standard turistici a cui siamo abituati e che diamo per scontato sono difficili da raggiungere. «Qui l’acqua calda non esiste, pannelli solari, impianti non sono facili da installare» spiega Giovanni Mele, che come ingegnere edile ha costruito diversi edifici sull’isola. «Quando comperi una lampadina già sai che quella lampadina ti si romperà nel giro di poco tempo. Un travaglio continuo. La cosa che capisci bene qui è che tutto si rompe!» dice Giovanni Laporese, che spiega: « io prima mi innervosivo».

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Bisogna che vi spieghi che la filosofia di vita degli indonesiani sta nel lavorare quel poco che basta per poter vivere, perché non si vive per lavorare.
«Io ancora non riesco a concepire il loro modo di vivere -continua il cuoco- ma sicuramente vivono meglio loro di noi, questa è la verità».
«Il fatto è che lavorano solo per mangiare, senza pensare ai soldi -ribadisce Giovanni Mele. A loro interessa il soldo non come sinonimo di ricchezza. Hai notato che appena non lavorano, in barca o per strada, si addormentano subito? È perché non hanno pensieri. Io sono 4 anni che non dormo per pensieri cose preoccupazioni. La loro mente è proprio senza pensieri, non hanno soldi, ma perché hanno una diversa concezione di povertà».
«Qui fino a due anni fa non c’era internet -spiega Giovanni Laporese- quando sono arrivato io ancora la luce se ne andava 5 o sei volte a settimana, per ore».

Allora questa scelta è veramente coraggiosissima?
«Una cosa è lo stile di vita un altro sono gli affari. Uno per vivere qui ha bisogno di “costruirsi” le sue comodità, bisogna sapersi adattare, se non riesci a farlo vai via» risponde Giovanni Mele.
«Ma noi stiamo bene, perché siamo amici e per ora c’è tutto» aggiunge il socio.
«Qui mi sento libero e sereno -continua Giovanni Mele- anche se lavoriamo continuamente e non abbiamo il relax che avevamo in Italia. Il cibo ora lo abbiamo, il mare c’è anche se non mi faccio un bagno da settembre dell’anno scorso».
Probabilmente è uno spreco avere quel mare a due passi e non immergersi almeno ogni tanto. Ma la fatica dei tre soci ha portato ad un risultato incredibile.
La “Dolce Vita” è un ristorante interessante sia per la materia prima utilizzata che per la qualità dei piatti che hanno proprio il profumo e il sapore di casa.
Quando hanno deciso di aprire il ristorante una delle cose su cui erano d’accordo era che dovevano servire delle pietanze che conservassero la qualità del cibo italiano. Il fatto di produrre da soli croissant, baguette, piadine, pasta, pane sicuramente aiuta molto, almeno quanto l’idea di farsi inviare ogni settimana formaggi, insaccati, caffè e materie prime dall’Italia.

Non è una cosa che va data per scontata soprattutto perché sono dall’altro lato del mondo.

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