Saggia, materna, un’opera d’arte: Elenoire Ferruzzi

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È iniziato tutto quando mi hanno detto che avrei dovuto intervistare Elenoire Ferruzzi. Lo ammetto sono un’ignorante, non sapevo chi fosse, sono andata a studiare e a ricercare.

La prima cosa che ho trovato in rete è stato il video in cui urla “Carpisa è il male!”. Devo ammettere che mi ha spiazzato, non solo per il suo aspetto. Per prima cosa ho invidiato il fatto che abbia le unghia di 15 centimetri completamente naturali. Le mie si spezzano se sono più lunghe di qualche millimetro rispetto al normale.

Ad ogni modo, ho onestamente pensato: “e ora cosa le chiedo?”.

Poi ho continuato a cercare e mi sono saltate all’occhio la sua battaglia contro lo stereotipo della Trans/ prostituta, il suo esempio nella comunità LGBTQ italiana, la sua vicinanza a chi fa coming out e sopratutto la sua personalissima idea di arte.

Una piccola digressione al lettore: sono sempre stata del parere che non si debba usare l’articolo determinativo “La” prima del cognome di una persona di genere femminile, perché con i cognomi delle persone di genere maschile non si fa. Per La Ferruzzi farò un’eccezione, perché nel suo caso l’articolo è determinativo. Lei è la sola ed è definitiva, leggendo il resto dell’articolo lo capirete.

Faccio spesso una domanda a trabocchetto all’inizio di una intervista, per colpa di un cantautore italiano di nome Dario Brunori, aka Brunori Sas. É una domanda stupida che mette a proprio agio l’intervistato e a me permette di capire con chi parlo. L’ho fatto anche con Elenoir ed ecco cosa ne è uscito.

 

 

Iniziamo con una domanda semplice, come stai?

“Bene, bene. Oh Dio si dice sempre bene. Come stai è una domanda di retorica e completamente inutile. Perché nessuno mai ti dirà male. Si dice bene, ma si potrebbe sempre stare meglio”.

Già mi piace la prima risposta, è la prima che non risponde solo bene, indaffarata. È onesta la Ferruzzi, con il coltello fra i denti. Mi avevano avvisata che mi sarebbe potuta sembrare ostica, invece ha risposto bene.

Finalmente ti prendi una vacanza, ci incontreremo al Gbreak sul passo del Tonale dal 7 al 10 dicembre. Cosa ti aspetti da questo evento?

“la parola d’ordine spero sia divertimento, tanto divertimento, tanta spensieratezza, oltre al lavoro, insomma”.

Il Gbreak è anche un evento mirato proprio a fare unione, comunità. Perché è ancora così necessario per la comunità LGBTQ italiana un evento del genere?

“Perché è un momento dei aggregazione, solidale. Io parto sempre dal presupposto che le persone siano vere e sincere, però non tutti possono essere uguali, quindi diciamo che il lato predominante di questo evento è proprio l’aggregazione, socializzare, conoscersi, divertirsi e magari, perché no, veder nascere situazione di amicizia o amorose, sentimentali. Può succedere di tutto”.

 

 

Tu hai dichiarato di sentirti un personaggio positivo, perché grazie al tuo esempio molti ragazzi hanno fatto il coming out. Che rapporti hai con i tuoi fan? Sembri molto materna con loro.

“Si si, io tengo molto a loro, è come se fossero tutti dei miei bambini. Perché in questo mondo, nel mondo LGBT, nel 2017, non è ancora facile parlare apertamente. Soprattutto con la propria famiglia. In base alle persone che mi scrivono, anche mamme e papà che mi scrivono e mi ringraziano perché il loro figlio ha fatto coming out e si sentono più sereni perché almeno sanno quale sia la situazione. Questo mi riempie di gioia e di soddisfazione perché è una cosa molto molto importante. Io dico loro di parlare sempre sempre con i genitori, qualunque sia la loro reazione”.

Senti molto questa responsabilità, vero? Perché è ormai un annetto che porti avanti la tua lotta per discostare l’idea di trans dalla prostituta.

“Assolutamente perché nel 2017, una trans non deve essere più associata alla prostituzione. Le persone quando vedono una trans devono capire che la persona transessuale può essere laureata, può fare dei lavori comuni, come dei lavori anche più importanti, ma non necessariamente la prostituta. Basta questa è una cosa completamente da sdoganare. Perché è veramente squallido che una transessuale venga associata alla prostituzione questo era un fenomeno che apparteneva agli anni ’80, agli anni ’70 e anche agli anni ’90. Ma in questo periodo storico no, perché non è più così. Ci sono tante transessuali che lavorano negli ospedali, che fanno le infermiere, tante trans che lavorano nell’ambito artistico, come ho fatto io, tante che sono avvocati, che sono laureate, che fanno qualsiasi tipo di lavoro. Ma non quello, perché purtroppo in Italia, le persone che vedono una trans pensano subito a quello ed è una cosa degradante e squallida!”

Si capisce dal tono della voce che ci tiene tanto a questo discorso, veramente come se si parlasse della dignità e del futuro di un figlio suo.

 

 

Che ne dici di dare un messaggio a quelle persone che sono in transizione che per pagare le costosissime spese per il percorso legale e burocratico mediche previste dal cambio di genere, trovano l’escamotage della prostituzione, di non farlo. Si possono fare altri lavori per poter affrontare l’operazione e il cambio di sesso.

“Si è molto costosa.

Io parto dal presupposto che nella vita volere è potere. Se si vuole veramente fare una cosa, la si fa e la si ottiene. La determinazione è la cosa principale, è l’ingrediente principale per poter affrontare un discorso di cambiamento. Ovviamente mi riferisco alla transizione, o alla disforia di genere come viene chiamata scientificamente.

Non necessariamente una persona deve ricorrere alla strada più veloce, alla prostituzione. Poi parliamoci chiaro, forse questo poteva avvenire negli anni ’80. Ma in questo periodo andarsi a sputtanare, fare la prostituta per guadagnare pochi spiccioli, significa che il gioco non vale la candela. Quindi a maggior ragione devono essere indirizzate nello scegliere un altro tipo di lavoro. Il guadagno, mi dicono, come quello degli anni passati. Quindi che senso ha?”.

Ha più che ragione Elenoir, soprattutto perché la transizione ad un certo punto finisce e dopo? Bisogna piantare la propria vita su basi solide senza avere paura del pregiudizio. Quindi la nostra chiacchierata continua.

 

 

Che cosa è per te il pregiudizio?

“Il pregiudizio è un sentimento che nasconde la paura di guardarsi dentro. Le persone che hanno un pregiudizio non sono persone libere. In questo caso sono persone che non hanno una vita sessuale completamente definita. Perché se io sono libera sessualmente e conosco la mia sessualità, a me degli altri non me ne può importare nulla.

Da questo deriva anche l’omofobia, che non è altro che la paura della propria sessualità. Quindi essere gelosi e invidiosi della sessualità altrui”.

Cambiamo argomento. Tu hai dichiarato di essere un’artista e hai anche detto che “la chirurgia plastica è un’opera d’arte da non sottovalutare”.

“La chirurgia da me viene vissuta come un’opera d’arte, assolutamente! Io amo la chirurgia plastica, non in forma correttiva per potersi omologare ad una figura femminile”.

Tu ti senti un’opera d’arte?

“Assolutamente si! Certo, ma chiunque di noi è un’opera d’arte. Perché non dimentichiamo che il corpo umano è la macchina più perfetta al mondo, quindi in base a questo qualsiasi essere umano è un’opera d’arte. Poi la chirurgia io l’ho utilizzata e la utilizzo come forma estremizzante. Non mi sono mai rivolta alla chirurgia per potermi omologare ad una figura femminile, di cui già avevo le forme a 18 anni. No! Io non volevo quella figura, io volevo l’estremizzazione e la spettacolarizzazione e ancora adesso porto avanti questa teoria e ne ho fatto una forma di arte. Infatti si chiama body art!”.

Effettivamente la Ferruzzi è un’opera d’arte e se non ci fosse bisognerebbe inventarla.

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