Ironico, critico e scorretto. Ecco l’Empatico Mudimbi

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Mudimbi è uno dei più attesi protagonisti del Baci Festival, che si terrà all’Eremo Club, a Molfetta, il 24 giugno.

Non penso onestamente che ci sia ancora la necessità di introdurlo, ma se ancora non lo conoscete lo farò. Si chiama Michel Mudimbi, ma voi potete chiamarlo solo Mudimbi, è nato a San Benedetto del Tronto da madre italiana e padre zairiano. Per 10 anni ha lavorato in una auto officina e con quei soldi si è autoprodotto dischi e trasferte, per diventare quello che è oggi.

É ironico, spudorato, divertente, ma molto molto ben piantato nel mondo. I suoi testi sono scorretti, a tratti volgari, semplici, immediati e pieni di genialità.

Per i più è quello di Supercalifrigida, ci siamo intesi?

Ma non è poi tutto sto giocherellone. In realtà è un gran professionista e segue ogni suo lavoro dall’ideazione del testo, alla concezione del cofanetto, fino allo script del videoclip.

Ovviamente sono riuscita ad intervistarlo e non potevo non farlo, anche perché il suo stile è molto personale, pochi musicisti italiani, soprattutto nella scena rap sono al suo livello. Mudimbi riesce a mischiare molti generi e sentirisi a suo agio sempre.

Quando gli ho detto cosa pensassi di lui, ha risposto stupito “grazie!”.

E poi sono partita inesorabile con le domande.

Come sei arrivato a questi livelli?

Ci sono arrivato ascoltando tanta musica diversa e cantando su tanti generi diversi, quello che faccio io è semplicemente rappare su qualsiasi genere musicale mi capiti e fondamentalmente su qualsiasi genere musicale mi piaccia abbastanza da perderci tempo a scriverci sopra.

Questo è un tema che torna anche nei tuoi concerti o meglio negli show, il tuo mettere in scena ciò che poi ti piacerebbe vedere?

Ma guarda questa è una mia caratteristica in generale, mi piace fare quello che mi piacerebbe vedere, che mi piacerebbe vivere, ricercare ogni esperienza. Quindi anche quando parliamo di live, o quando scrivo qualcosa mi metto sempre nei panni delle mie orecchie e dei miei occhi.

A questo proposito, il video di empatia è molto divertente, tu vestito da sirenetta sei fantastico. Sei riuscito a rendere leggero un concetto particolare come l’empatia, soprattutto in questa fase storica.

Sono stato bravo dai!

Ho iniziato a scrivere quando ero veramente “empatico” con la persona con cui stavo e mi era venuto naturale buttare giù le prime righe. Purtroppo non c’è il lieto fine in questa storia e una parte del testo è rimasta nel cassetto, finché non mi sono buttato in un’altra relazione e ho ripreso in mano il testo. Ho visto che c’era del materiale per continuare a scrivere, dopo di che è finita anche questa storia. Pare che scrivere questa canzone mi abbia portato più sfiga che altro!

Poi abbiamo messo insieme tutti i pezzi dei testi, abbiamo tirato su la parte strumentale, che secondo me è venuta molto molto bella. E il risultato finale è questo. Però, diciamo che è tratto da più storie vere il testo.

La definizione di empatia che tu dai nella canzone,“è capire di essere capiti senza aver parlato”, è praticamente da dizionario Treccani!

Beh se vai oltre il video divertente e le battute disseminate qua e là nel testo, comunque c’è del vero in quello che dico non è campato in aria, anzi!

Tu ti eri inventato questa genialata del Telefono nero, un numero di telefono a cui i tuoi fan potevano chiamarti e scambiare quattro chiacchiere come se fossero vecchi amici proprio con te. Perché, come viene riportato sul sito, “internet è bello, ma parlare a voce è n’altra cosa”.

Il Telefono nero funziona ancora?

No, per adesso è staccato, ma non do per scontato che non ritorni, perché potrebbe veramente valerne la pena. In passato ha funzionato benissimo, i fan hanno sempre risposto molto bene, ci siamo divertiti, ne abbiamo fatte di cotte e di crude. Qualcosa di può trovare anche su Youtube con i video e gli highlights del Telefono nero. Poi ci sono altre cose purtroppo non potevano essere online, però ci siamo molto divertiti ecco!

I videro li giri ancora tu da solo?

Quelli in realtà li ho sempre girati con qualcuno. Quello di cui mi occupavo io prima, oltre a curare l’idea, lo script, scrivevo la sceneggiatura e cercavo i costumi, location, attori, ero il factotum. Facevo tutto tranne lo stare con la camera in mano, anche perché dovevo recitare e fare il protagonista del video. Per il montaggio collaboravo con un’altra coppia di ragazzi.

Quella vecchia squadra si è sfasciata e ho iniziato a collaborare con Cinqueesei, una casa di produzione di Brescia, con cui ho realizzato il primo video che è Schifo e il secondo che è questo di Empatia.

Mi trovo molto bene e ora mi occupo solo esclusivamente di pensare all’idea, discuterne anche con i ragazzi di Cinqueesei, Federico Cangianiello, il regista, e i ragazzi della sua squadra. Dopo di che mi presento sul set e faccio semplicemente il deficiente come in Empatia o qualcosa di più serio come in Schifo. Ho trovato chi, fortunatamente, tende a fare il lavoro meglio di come potrei farlo io.

Schifo” è un pezzo bellissimo, con un testo allucinante, sembri cresciuto e più maturo, rispetto alle altre fasi che hai vissuto in passato.

Io in realtà sono critico in tutto quello che scrivo, solo che qui è mancata l’ironia. Insomma è stato un po’ il periodo più crudo, il testo più crudo, dove racconto quello che è sotto gli occhi di tutti, cosa che faccio nel 90% dei testi, però senza perdere tempo a far sorridere la gente. Ho voluto semplicemente sbattere in faccia quelle che io reputo verità inconfutabili.

Parliamo del tuo ultimo Ep, “Michel”: è molto curato. Dalla comunicazione di lancio, ai pezzi, ma non solo. È anche un bel oggetto. Il fatto di poter colorare i fumetti all’interno lo rende molto interessante anche da collezionare.

Torniamo al discorso di cui parlavamo prima. Cerco sempre di mettermi nel panni dell’utente finale.

Quindi mi sono trovato a chiedere a me stesso che cosa cercassi in un album. La risposta è stata: una cosa che serva a qualcosa, non solo un oggetto da tenere sulla mensola.

Certo, è stato un ragionamento più elaborato di come sto per spiegartelo, però verteva tutto intorno alla mia foto da bambino, la volontà che fosse senza fronzoli, ma che rispecchiasse l’immaginazione dei bambini. A loro fanno impazzire questi quadernetti dove loro possono giocare, incollare, strappare, colorare. Ho messo tutto insieme nel frullatore e uscito fuori questo albumetto.

Al Baci Festival, cosa ci aspettiamo da te?

Non posso assolutamente dirvi cosa aspettarvi, sarei il primo a rovinarvi la sorpresa. Non voglio spoilerare nulla!

Sicuramente le risate ci saranno, perché è uno show, non è un concerto stile io sto lì a cantarvi le canzoni. Però, dal momento che una parte più consistente del live sarà improvvisata, perché anche se le canzoni sono quelle, ogni volta è differente. Tendo ad annoiarmi molto facilmente, quindi ho capito che avendo una scaletta molto precisa rischia di annoiarmi cambio sempre. Quindi non saprei che dirvi su cosa aspettarvi.

Perfetto, ultima domanda e poi sei libero.

Arrivato a questo punto hai capito cosa vuoi fare da grande?

Assolutamente no!

Te lo dirò forse alla prossima intervista.

Mi stai promettendo un’altra intervista? Io me lo segno!

Ok, ok, promesso!

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